giovedì 9 febbraio 2012

la Diletta





Ma che, c'hai la Diletta?” 
Dice mia madre a mio fratello e lui abbassa lo sguardo, mentre le sue guance diventano color pomodoro. Avere la Diletta al nostro paese (ma solo ed esclusivamente qui) significa essere deliziosamente smarriti nei meandri di languidi pensieri. 
L'origine del detto sta nel ritratto ad olio sulla lapide all'angolo del secondo viale a destra, appena entrati nel cimitero. Protetto dal vetro, ti fissa lo sguardo di una giovane donna che tiene un mazzo di papaveri stretto al petto. I capelli rossi ricadono sul seno maliziosamente scoperto. Un'immagine un po' insolita per una lapide che riporta a lettere dorate soltanto il nome Diletta senza nessuna data né di nascita né di morte, ma che è praticamente ricoperta da collane, pupazzetti, biglietti, foto, lucchetti e persino qualche capo di biancheria intima. 
La signorina Diletta Bellini, unica figlia femmina del signor Federico Bellini, notabile del paese, che aveva fatto fortuna con il contrabbando, era vissuta, al maturare del secolo scorso, nella villa sopra la collina. 
Era bella. Davvero!” 
Racconta mia nonna, che da bambina ricorda di averla vista più volte. 
Quando passava per il corso, dritta come un fuso, con i suoi abiti alla moda, tutti si voltavano a guardarla, ma lei, nemmeno una piega!” 
In molti avevano potuto ammirarla, a teatro o ai ricevimenti nella casa del Podestà, ma entrare in confidenza con lei era quasi impossibile. 
Era così fiera che sembrava portasse in testa una corona!” 
Dai racconti degli anziani che l'hanno conosciuta, poi, ne esce l'immagine di una ragazza che godeva di una libertà concessa a poche, ma a differenza delle altre donne libere e quindi perdute, conservava intatta la sua reputazione. 
Era come una regina, nessuno avrebbe osato toccarla” 
I genitori e i fratelli non la controllavano più di tanto, perché le avevano affibbiato come custode un cerbero occhiuto e inflessibile: nell'armadio teneva un abito bianco da sposa, che era appartenuto a sua madre e prima ancora a sua nonna. 
Un giorno sarà tuo” le ripeteva in continuazione la madre “ma dovrai esserne degna!” 
E lei degna lo sarebbe stata di certo, sussurrava tra sé, quando, chiusa la porta a chiave e spalancate le finestre per far entrare meglio la luce, ne rimirava la seta e il velo. Ma i bagliori candidi assumevano tonalità sinistre al ricordo delle parole di don Luigi che, ad ogni messa domenicale non perdeva occasione di minacciare gravi castighi a chi avrebbe osato sporcarlo. Ecco che allora diventava una terribile, invisibile armatura, pronta a proteggerla da ogni più astuta tentazione. 
Da Giacomo soprattutto, che almeno una volta al mese tornava apposta dalla città, dove studiava belle arti, per passare interi, spossanti pomeriggi sull'ottomana del suo salottino privato a fumare sigarette. Nella penombra, mentre le soffiava con le labbra sul collo versi di Baudelaire, era riuscito a convincerla a farsi ritrarre. 
Spaventata, ma non abbastanza, dalla sua stessa audacia, Diletta aveva sciolto i capelli rossi, aperto la camicia e stretto con malizia un mazzolino di papaveri al petto. Lo sguardo di lui sulla pelle del seno, fu uno dei segreti più dolci che l'avrebbero accompagnata nelle giornate solitarie della sua non lunga vita. Dopo avergli strappato la promessa di attenderla finché non avesse raggiunto l'età da marito, passava le ore dietro le persiane chiuse, dove gli sguardi occhiuti dei paesani non potevano raggiungerla, sfiancandosi nell'attesa di una lettera dalla città. Fino a quando, a sorpresa, fu Giacomo a tornare ma steso, con i piedi davanti. 
C'era tutto il paese in duomo, a rimpiangere uno stelo troppo presto reciso, ma dietro i cappelli e i veli neri, le voci bisbigliavano di come il suo talento fosse dolcemente affogato nell'oppio di un bordello. 
Diletta aveva riposto il mazzolino di papaveri seccato accanto al vestito bianco, ma ancora non riusciva ad odiarlo, il suo abito da sposa, anzi, lo ringraziava ogni giorno per averla salvata, così da  poterlo indossare con maggior gloria in un futuro non tanto lontano. Magari varcando il portone della cattedrale insieme a Giovanni, che si era mostrato ben lieto di attenderla almeno fino al termine della guerra. 
Purtroppo però, pochi mesi dopo l'armistizio, Giovanni aveva attraversato si il sagrato, ma braccetto di Lucia, fasciata in una mise gialla che tirava sulla pancia. 
Ormai sul crinale dei trent'anni, Diletta si era accorta di come il suo bell'abito fosse in realtà un cencio passato di moda e decise che la sua bellezza, dall'oro del mezzogiorno, non sarebbe stemperata nel bronzo del crepuscolo. 
Sarebbe salpata a breve. Per diversi giorni a seguire ci fu dunque una processione alla sua casa, per affidarle messaggi per l'altra riva. 
La moglie del farmacista, di nascosto dal marito, che non credeva a queste scempiaggini, la supplicava di comunicarle quanto prima i numeri del lotto. Il maresciallo dei Carabinieri le aveva infilato sotto il cuscino una lettera dove implorava perdono alla sua povera moglie, che le febbri gli avevano strappato all'inizio dell'inverno, per non essere ligio a lei come alla Benemerita. La vedova del macellaio, che non sapeva scrivere, le sussurrava all'orecchio di dire al suo caro Franco, che non lo aveva dimenticato, anche se, insomma, lei proprio di legno non era. Persino Clelia, la perpetua strabica e con un neo sulla punta del naso, era venuta, di nascosto da don Luigi, a portare una biglietto profumato di lavanda. Dopo una settimana, quando la primavera era ormai avanzata, Diletta, preso da parte suo padre, che nulla temeva se non i morti, minacciando di tornare a tirargli i piedi tutte le notti se non avesse appeso sulla tomba il suo ritratto ad olio con i papaveri, aveva levato l'ancora. 
Fu vestita con l'abito di seta e tulle, ingiallito nell'odor di tarme e deposta con il mazzolino di papaveri secchi tra le dita. 
Durante la cerimonia, don Luigi annoiò tutto il paese, che era corso a salutarla, indicandola come una sposa candida vissuta, per la difesa del suo tesoro più grande. 
Ma la notte stessa dopo la sepoltura, fece sogni così strani che il giorno dopo uscì di buon ora per andare a confessarsi dal vescovo, mentre Clelia preparava la colazione garrula come non mai: aveva avuto la certezza tangibile di non essere stata mai dimenticata. 
Il maresciallo invece, lo si vedeva sempre più spesso a misurare il selciato davanti alla macelleria, alzando di tanto in tanto uno sguardo implorante all'orologio della torre campanaria. Non appena la saracinesca si abbassava, entrava come un gatto quella che era diventata la soglia del Paradiso. Ora, lui e la vedova del povero Franco, sapevano che, dall'altra parte, nessuno aveva niente da ridire sui loro crepuscoli sempre più lunghi passati a rosolare come spiedini sotto le lenzuola. 
Da allora Diletta torna nei sogni dei miei compaesani. Gli uomini, che hanno la fortuna di incontrarla, quando il manto scuro della notte inizia a caricarsi di tonalità pastello, custodiscono con piacere, siano essi puledri scalpitanti o leoni al tramonto, la sensazione morbida che dà il bianco dei suoi seni, con i capezzoli delicati come rose. Le donne invece la invocano chiedendole la sapienza di riacciuffare un amore distratto, oppure il dono della la fantasia che le aiuti ad ammantare di gloria un marito pelato e panciuto. 
Per molti ragazzini, come mio fratello, la Diletta è la prima amante che tutto può concedere, ma che solo a nominarla, colora le guance di carminio. 



Alisa Mittler, luglio 2011

mercoledì 1 febbraio 2012

Corpi fuorilegge


R. Magritte - Gli Amanti



Il nostro cuore fuorilegge
spara colpi di dolore
è troppo tempo che 
non si fa più l'amore

Giusy Ferreri- Il mare immenso


Dopo sei giorni il silenzio fra loro divenne regola. D'ora in avanti avrebbero lasciato solo i corpi a parlare. Le frasi, stroncate prima di nascere, sminuzzate e gutturali, si sarebbero sciolte nell'odore di sudore, di fiato e di sperma, in quella stanza di motel lungo la tangenziale che feriva la campagna apatica.
Si erano ritrovati dopo anni di telefoni muti e sguardi voltati dall'altra parte, quando il caso aveva riavvolto la spirale delle loro vite, per sorprendersi di come le parole, un tempo affilate, fossero diventate armi spuntate. Così fesse da non riuscire nemmeno a raccontare i fianchi modellati da altre mani e quelle rughe di noia vicino alle palpebre.

Poi erano stati quotidiani scambi di messaggi e posta elettronica. Parole che aleggiavano nelle loro menti. Truffaldine, consigliavano di cestinare e non rispondere. Il sì che, anni prima, si erano detti davanti all'altare, si era trasformato negli anni, senza che loro se ne accorgessero, in tanti devi devi e devi. I Devi fare, devi dire, devi tradire, devi troncare sfarfallavano ancora adesso nei loro pensieri.

Ma, passati cinque giorni, in un pomeriggio d'autunno, erano finiti davanti ad un caffè a cercare invano di impilare discorsi, quando dalla finestra la nebbia occultava l'apoteosi dei colori. Piuttosto, a raccontare, furono le mani di lui, rese più abili dall'esperienza e i fianchi di lei, arrotondati e abbelliti da abbracci estranei.

Lui li indovinava sotto il golf leggero e il ricordo gli stuzzicava l'inguine mentre la osservava inumidirsi le labbra. Lei, gli occhi bassi, intuiva quanti altri seni o cosce avevano percorso quelle dita. La stesse mani che lui, poco dopo, le aveva calcato sopra la testa all'improvviso, nel buio del parcheggio. 

Sottomissione, pensava lui e gli piaceva rincorrere quella parola per aumentare la sua eccitazione. Lei invece aveva trovato Dignità a sbarrarle il passo. Crudele, la aveva convinta ad alzarsi e allontanarsi con una risata di scherno. Il tempo di salire in macchina e già si malediceva per essersi fatta abbindolare. Lui, dopo che si era soddisfatto da solo nell'abitacolo buio, pensava a ricontattarla scacciando, come una falena molesta, la parola Rispetto dalla sua mente.

E infatti già il giorno dopo in silenzio, con poche lettere sul telefonino, combinarono l'appuntamento in un bar di passaggio vicino alla tangenziale, frequentato per lo più da stranieri, dove i dialoghi, incomprensibili, non li avrebbero sfiorati.
Il tempo di un caffè e muti si diressero al motel che stava giusto di fronte.
Entrati nella stanza lui la sbatté sul letto, senza nemmeno spogliarla del tutto, tenendole i polsi sopra la testa. Lei aprì ancora di più le gambe, inarcando il bacino verso di lui. Ogni momento si assommava, ogni esperienza passata filtrava dal corpo dell'uno a quello dell'altra e viceversa, per tornare indietro trasformata, accresciuta. Si fondevano per innalzarsi e poi precipitare verso il nulla, avvolti da lenzuola che chissà quanti corpi prima dei loro avevano protetto. Gambe attorcigliate, labbra unite e lingue che scavavano fino ad essere una persona soltanto.
Ciascuno, modellando sempre e soltanto il proprio piacere, con scarsa attenzione e con ancor meno compassione, finiva per soddisfare sempre di più l'altro.
E questo fu il tesoro che, rincorso da anni, scoprirono insieme, per caso, in un crepuscolo di fine ottobre. Il segreto che stronca il pudore. Loro lo avrebbero gustato insieme d'ora in poi, avvinti dalla stagione che va verso il nulla, quando tutti i colori si raccolgono uno dentro l'altro, come amanti in orgasmo.
In un'ora senza ordine, rubata alla pausa pranzo o a qualche riunione di lavoro, si sarebbero ritrovati giorno dopo giorno. A mischiare sudore e fiato, non di certo a fare l'amore, ma a scopare, di nascosto da questo mondo che tutto permette ma niente perdona, senza chiedersi fino a quando sarebbe durato.
Se sarebbe svanito all'improvviso, così come era arrivato o si sarebbe logorato sfilacciandosi piano piano. Senza fermarsi a contemplare quel piccolo miracolo, ma cogliendolo prima che fuggisse di nuovo, avevano capito la vera legge: quella dei corpi fuori legge.



martedì 3 gennaio 2012

dannunziana




Le palpebre socchiuse alla luce brunita del sole autunnale, la spinta del vento sulla schiena. Abbracciato da sogni impudichi e beffardi, mi par di sentire l'aria salmastra riempirmi i polmoni. Combatto per non tornare alla realtà. Ma quando mi sveglio, di soprassalto, quello che ho davanti, non è il mare ceruleo dell'Adriatico. E' soltanto questo lago, insipido, sempre liscio come una tomba d'acqua.

Ed io sono qui, sul promontorio della casa labirinto che mi sono costruito, illuso Minosse, confidando che l'arte mi rendesse Icaro nonostante il peso degli anni. 

Faccio portare ogni giorno, da tutte le parti del mondo, i fiori più astrusi, dove la natura ha profuso il suo genio perverso: le tuberose affogano in un sentore di miele, ma sono quelli artificiali a ingarbugliare di più i miei pensieri che, passo dopo passo, rischiano di incespicare nel filo. 

Dalla Stanza della Musica, la Badessa scandisce i minuti al pianoforte. 

Ruit Hora.
Lascio che si illuda di riempire con questo cicaleccio le giornate, che si creda arbitra della mia vita e di coloro che vengono qui a portare corone funebri al mio artifizio. Contenta di questo regno popolato da ombre, che parlano idiomi barbari. Con loro discute di conti, edizioni, e di parole fesse che ormai regalo, calco delle mie giornate, pegno per i miei debiti. 
Giù, nell'orto, riposano i levrieri. Hanno obliato l'antico padrone e adesso sono fedeli solo all'ozio. La notte, se tendo l'orecchio, li sento correre sottoterra. Con le zampe sottili scavano cunicoli nella mia mente. Corrono da quando cala il tramonto fino all'alba. 
La Badessa, che mi dorme a fianco,dopo una notte di eccessi grotteschi, non può sentirli e io, per non udirli, vado a visitare quell'altro mio letto, nella Stanza del Lebbroso. Mi stendo alla luce fatua della lucerna e le bestie si chetano, accucciate ai piedi del talamo freddo. 
Sorge un altro giorno, la notte è scivolata via, come la sabbia dal palmo della mano. Ornella talvolta viene a farmi compagnia, amica per tenzone di letto, lei che tragica non ha mai saputo essere: in piccoli ruoli al cinematografo è capace, per trenta denari, di barattare la sua arte. 
Ho bisogno dei fiori mortiferi per reggere il confronto, perchè il mio nerbo non si accorga che quel corpo troppo bianco cela un inizio di cancrena, ma possa ancora illudersi di violare carne virginale. Ho bisogno dei fiori della chimica, dei paradisi creati dalla mano dell'uomo. Gli amici della piccola morte però, fanno più acuto il mio udito e posso sentire il rosicchiare continuo dei cani. Ormai non ubbidiscono, non ascoltano il loro padrone fedele. Rosicchiano e rosicchiano. 
Aélis, amica di musica, sento le tue dita pigiare sui tasti: felice regina di un popolo d'ombre. Sazia di raccogliere l'eredità di Giusini, Barbarella e di chissà quante altre, non ti accorgi che l'abito da sera tanto agognato è ormai passato di moda! 
Non può prendere il suo posto,mai: ci sarà sempre soltanto lei lì, a vegliare sulla mia fatica di artigiano. Possibile che il mio pensiero, come un gatto assassino, torni sempre a rimestare nella tana del topo? Sento il suo sguardo, alle mie spalle, nonostante un sudario le occulti il volto di marmo. Lei, che non volle mai entrare in questo laberinto, sapendo che non ci sarebbe stata via d'uscita. 
Ghisola! Solo adesso capisco quanto ti vorrei, grande consolatrice, qui al mio fianco; insieme potremmo mettere in fuga i cani con i loro scalpiccii. Ma devo coprirti lo sguardo perchè i tuoi occhi saprebbero bruciare le parole che scrivo, mentre respiri con labbra di pietra e non fai entrare i levrieri dalla porta.
Il fantasma della Badessa mi porta altre sorelle al talamo, dove annego in un oblio profumato di fiori, annaspo e quando le corolle hanno perso tutti i petali, vedo solo il riso dei cani crudeli, che corrono in tondo e cercano di mordersi le code. Aélis entra, mi porge l'eco del mondo: le medaglie dei miei sodali da appendere alle colonne mute nell'orto, gli omaggi del piccolo che si crede me e che ottiene in cambio solo versi di scarto. 
"Sta qui, accanto a me, Hevelina" 
Lei ride, con i suoi venti anni impudichi mentre si asciuga le mani nel grembiule. Ma sotto quei denti scorgo la bocca del teschio. Un moto d'orrore nelle mie orbite cave e lei fugge, ninfa silvestre, di corsa lungo lo stretto corridoio, per non farsi raggiungere dal mio ghigno. 
Mi siedo allo scrittoio, nell'Officina. Ghisola veglia sul mio lavoro , interrotto ormai nell'altra vita. Corre la penna, forgiando parole che non sentono il peso della carne, la fatica diventa leggera, il corpo par levitare, fantasma tra le ombre. 
Pesante è l'arte che resta ancorata alla terra, in mio nome. 
Io sono quel che ho donato. 

Alisa Mittler, ottobre 2007


venerdì 30 dicembre 2011

sisters *


*Racconto ispirato al quadro  "Gabrielle d'Estrées e sua sorella"



Ecco io adesso non vorrei che il disagio, risvegliato in me dalla luce crepuscolare, con il languore che mi provoca giorno dopo giorno, renda tremante la mia mano e mi faccia rinunciare per sempre. 
Non sia mai che questo tempo del sogno rallenti i miei passi, affascinandomi con nuovi incantesimi, fino a farmi smarrire quel filo sottile che trattiene la chiave della libertà. Solo ora mi accorgo che nel palazzo dove sono nata, giorno e notte hanno smesso, da tempo immemorabile, di misurare le ore, mentre ombre di invitati pallidi e leggeri, con passi silenziosi sui pavimenti intarsiati, tracciano l’ombra di una meridiana.
Anche i miei piedi nudi non fanno più rumore, quando attraverso le stanze che si rincorrono una dentro l’altra. Passo vicino a mia madre. Sta china sulla sedia mentre cuce un abito da sera. Ha acceso il fuoco nel camino, come sempre, in estate e in inverno. Mi affretto, svelta, finché i piedi ancora possono sentire il freddo marmo del pavimento. Ho perso gli abiti lungo il corridoio. Varco la porta e finalmente ti vedo, sorella mia, riflessa nel grande specchio di quella che era la nostra stanza. Alzo la mano e tu mi saluti come una marionetta.
Sedici anni. Hai la mia età; il tempo degli incantesimi, quando anche Rosaspina si punse con il fuso e visse un crepuscolo di cento anni. Sedici anni, come quelli che ho compiuto, non ricordo più quando, dodici mesi dopo di te. Dopo che, provando un abito cucito da nostra madre, uno spillo ti ha punta e hai avuto sedici anni per sempre. Dodici mesi dopo, ti vidi nel grande specchio barocco, che sta di fronte al nostro letto.
Ed anche io, da allora, ho sedici anni. mentre l'alba e il crepuscolo si succedono senza senso, la casa con saggezza sembra abbia approfittato dei tuoi momenti d’euforia per prepararsi ad imprigionare le mie risate e la mia voglia di ballare. Sulla parete, dietro le gelosie accostate, mi incantano le immagini di quando, nel cortile interno, al bordo della fontana, fuggendo lo sguardo occhiuto di nostra madre, passavamo ore a rimirarci sul fondo della vasca. Ti guardavo, non senza invidia, mentre spavalda, mostravi i seni diventare ogni giorno più sodi e mi lasciavi accarezzare i tuoi fianchi che intuivo carichi di promesse.
Ma da qualche tempo, per fortuna, la luce crepuscolare mi dà noia. I balli nel salone grande mi fanno girare la testa,caricatura delle corse che facevamo nel patio e che si concludevano sempre nello stesso punto. Allungo la mano allo specchio da dove mi sorridi. I tuoi occhi, le tue labbra e il tuo seno, sono identici ai miei, sorella amata. Solo il sorriso non è uguale: tu sorridi sempre, io non più.
Ti guardo un’ultima volta mentre mi tenti, porgendomi, l’anello fatato tra l’indice e il pollice. Ad occhi chiusi, con i palmi delle mani appoggiati alla superficie fredda, ti sfioro il collo con le labbra, poi, scostandomi appena, tanto che il mio alito appanna la tua immagine, percorro con i polpastrelli la linea delle tue spalle e il cerchio del tuo seno. Stringo il tuo capezzolo, troppo bello per la gioia di un uomo, troppo perfetto per nutrire la vita.
Ora è tempo. Adesso, prima che i crepuscoli mi fiacchino con il loro essere tutti uguali. Oggi, che nostra madre sta cucendo per me un abito funebre. So che vuole impedirmi di uscire dal nostro palazzo, come ha fatto con te, e come tu vuoi fare con me. Ora, ora o mai più. Sei morta, sorella mia. Stai pagando il pegno dopo che hai accettato di avere per sempre sedici anni. Con un pugno ti mando in tanti piccoli pezzi sul pavimento.
Un dolore acuto sale attraverso le vene per arrivare ad ogni nervo del mio corpo. Ora so di avere una mano, un braccio, e degli occhi che vedono gocce di sangue sporcare le mattonelle immacolate. Adesso ho orecchie per udire la mia voce che scuote le pareti. Io corro, ora, attraverso la teoria delle stanze. Le gambe, non più avvezze, sono stanche dopo pochi passi. Uno sguardo alla stanza del camino, e vedo la larva di nostra madre immobile, incartapecorita. Ecco, ora ho trovato la porta. Mi faccio schermo con la mano mentre esco nuda, i miei piedi sentono l’erba soffice del prato, e per la prima volta mi accorgo del calore del sole.




Alisa Mittler, maggio 2009


sabato 10 dicembre 2011

il castigo


Correggio, Giunone castigata



Non conosci questo gioco, ma ti incuriosisce, tu sempre attratta dalla novità. È per questo che mi hai seguito qui all’atelier. La tua voce cristallina rimbalza sulle pareti vellutate, sui divanetti dalle fantasie a damasco. Non stiamo più insieme da un anno, ma, sospettosa, hai accettato lo stesso di incontrarmi.
Ho chiuso la porta a doppia mandata e, schermate le finestre, accendo soltanto la piccola lampada che vicino alla cassa.
Come è strano il negozio adesso: gli appendini e le sedie proiettano ombre lunghe sul pavimento. I camerini con le tende accostate, spalancano bocche buie. Tutto l’ambiente sembra più piccolo ora, che è vuoto delle chiacchiere del giorno. La porta blu, che dà sulla vetrina è chiusa.
Mi piaci stasera, nei tuoi abiti severi: tailleur gessato nero con pantalone a sigaretta. Porti gli occhiali oggi, mentre di solito, per nascondere la tua miopia, preferisci le lenti.
Levi la giacca, ti accomodi sulla sedia e mi guardi, tenendo il mento sul palmo della mano. Un bottone della camicetta bianca è aperto, sei senza reggiseno. Hai capito il gioco. Punti al rilancio.
Tra noi è finita da mesi. Quando ero padrone del tuo corpo, tutto filava liscio. Conducevo io. Poi, a tradimento, tu hai voluto cambiare le regole…
Mi guardi e non dici nulla. Prendo tempo. Ho in mente un piano preciso, penso che ne abbia uno anche tu.
Ti sfilo la camicia, tu mi lasci fare. Poi pantaloni collant e slip, così, in fretta, tanto che non ne noto nemmeno il colore, sento solo la consistenza della seta nelle mani. Ti infilo le scarpe che hai perso mentre ti spogliavo:décolletées nere, con tacco dodici a stiletto. Non sei molto alta in effetti. Ora stai davanti a me, nuda, sulla poltroncina in falso settecento écru dallo schienale dorato e stucchevole. Punti i tacchi sul bordo e allarghi le gambe. Senza imbarazzo.
Ma io so andare più a fondo. Hai soltanto una piccola striscia di peli neri sopra la passera, le labbra sono completamente lisce. Si notano, sul tuo inguine, i segni dell’abbronzatura che sta svanendo. Apprezzavo la cura che avevi per le tue parti intime, ma ora, che lo fai per qualcun altro, mi fa solo rabbia. Prendo un piccolo rasoio, anche questo dorato, dal design antico. E ti depilo completamente. Nei tuoi occhi noto disappunto, anche se non vuoi farmelo capire. Faccio in fretta, pochi colpi, come tu fossi un animale. Poi ti rialzo in piedi e mi piaci. Così, sottile e liscia sembri ancora più nuda. Sei esile, con capelli neri dai riflessi blu notte tagliati a caschetto. Sembri più giovane dei tuoi quarant’ anni, hai tratti adolescenziali, gli occhi allungati tanto che, se non fosse per il seno, imponente, morbido, sembreresti una ragazzina orientale.
Ho in tasca un paio di manette sottili, d’argento, con dei brillantini incastonati sui bracciali. Sono raffinate e tenaci. Le faccio tintinnare davanti al tuo volto e in un lampo scattano ai tuoi polsi che ho portato, rialzati, dietro la nuca.
Non mi dai la soddisfazione di vederti umiliata, fino a quando non ti trascino verso la porta blu, quella che dà sulla vetrina. E’ adesso che capisci e cerchi di dibatterti. Ma sono più forte di te, almeno nel fisico, anche se non ho mai voluto, per mia scelta, dartelo a vedere.
Gridi e cerchi di mordermi, ti cascano gli occhiali. Allora raccolgo i tuoi piccoli slip e te li infilo in bocca. Lo sai che detesto le urla.
Nella vetrina, schermata all’esterno da una tenda di velluto pesante, l’aria è calda per i fari accesi. Ho allestito un piccolo cubo nel centro, quasi un palcoscenico, dove ti faccio salire da una scaletta. Dal soffitto pende un gancio. Piegato -ho calibrato il tutto per la tua altezza - ti alzo le mani sopra la testa e vi addentello le manette. I tuoi piedi toccano giusto il pavimento, proprio perché hai i tacchi alti. Poi scendo dal palco e, dopo aver puntato i fari sul tuo corpo, ti rimetto gli occhiali.
Infine apro la tenda come fosse un sipario.
Mi voglio godere anche io lo spettacolo in platea. Chiudo dietro di me la porta blu, spengo la lampada in negozio ed esco. È l’ora di punta, scarpe di ogni tipo calpestano i riflessi luminosi che i lampioni accesi disegnano nelle pozzanghere. Strizzi gli occhi per abituarti alla luce dei riflettori, e sei ancora più eccitante quando ti dibatti e stringi le cosce nel tentativo -vano- di nascondere la tua intimità. Mi mescolo agli spettatori che, sulla strada, si fermano incuriositi davanti alla vetrina, come fantasmi oblunghi nella sera umida. Avvolti nei loro cappotti scuri, sono ipnotizzati da questo spettacolo silenzioso.
Faccio dono della tua nudità, io, che per mestiere le donne sono abituato a vestirle. Ti do a tutti, senza che nessuno ti possa toccare, tu, che non hai voluto essere solo mia.

Alisa Mittler, ottobre 2004.

martedì 6 dicembre 2011

S. Ambrogio

La nebbia irrita gli occhi e confonde le voci. Stasera  Milano sembra sognare, po’ distratta. Come una volta.

- Ti ho riconosciuta subito
- Anche io
- Come va?
- Non male e tu?
Attraverso i vetri appannati, la Madonnina è incastonata nel cotone. Un gioiello lontano

- Sei un uomo importante ora
- Così dicono
- Così sembra
- Anche tu, non hai più i tuoi jeans. Sembri più alta con i tacchi.



E’ lento il traffico a Milano, soprattutto oggi, giorno di vigilia.

- Ti vedo spesso alla tele
-Sei sparita, all’improvviso. Inghiottita dalla nebbia
- Non sono sparita, lo sai bene.
- Ho fatto delle scelte, già da prima erano chiare
- Ho accettato di essere un giocattolo. Mea culpa
- Non lo sei stata
- Si invece, ma non discutiamo, oggi
I Platani infreddoliti sembrano nudi.

- Quanti anni…
- Poco più di una decina. Se fai il conto, non sono poi molti ma sembra un abisso
- Siamo stati noi gli ingenui
- Eravamo giovani
- Sono stata un’illusa a sperare che le cose cambiassero.
- La mia vita era un’altra.
E la nebbia idrofila avvolge le ferite come una garza .

- Non mi giudicare male. Non poteva andare che così
- Ne sei sicuro?
- E’ la vita
- La vita la scegliamo noi.
- La mia scelta la avevo già fatta prima. Sono stato chiaro.
- E’ facile dirlo ora, lavarsene le mani
- Eri d’accordo anche tu. Lo sapevi. Lo hai sempre saputo.
Milano se ne sta con la guancia appoggiata al palmo della mano. Sta zitta e guarda. Ha rughe sottili sotto gli occhi

- La vita, la tua famiglia. Il matrimonio, la politica. Non c’era posto per me.
- Non lo sai, ma ho pianto
- Ho pianto troppo anch’io.
Milano piange. Lacrime sottili, sporche. Ha più rimpianti che rimorsi.

- Avremmo potuto cambiare le cose, con un po’ di coraggio
- Che vuoi cambiare, la vita è così
- Avevi voglia di giustizia anche tu
- Ma svegliati !
- Ci hanno comprati. In saldo, anche.
- Mi assomigli più di quanto pensi.

- Forse è questa.
L’insegna del motel, azzurra è sempre la stessa, solo un po’ più pallida. Parcheggiano la macchina, una mercedes fa sempre la sua figura fra i modelli non catalizzati. L’umidità spegne le sigarette. A riaccenderle non avranno lo stesso sapore.

- pensi che sia possibile?
- se non ci facciamo male

Nel freddo, stasera, la gente cammina veloce con i pacchi della spesa. Domani è S. Ambrogio, si inaugura la nuova Scala. La Madonnina quasi non si vede.



Alisa  Mittler,  dicembre 2006

*Liberamente ispirato a "Luci a San Siro" di Roberto Vecchioni