venerdì 15 giugno 2012

la Terra ha sete





Dio  sale dal basso, 
sale dal basso l'Altissimo

I. Santacroce - Amorino


L'estate da noi non è mica un periodo felice
che il caldo ti toglie la pace
la polvere copre ogni cosa
e ti spezza la voce


D.Silvestri - l'autostrada


Arriva ogni anno l'estate. La intuisco già nei brividi del pettirosso e nelle corse delle nuvole a marzo. Man mano che incombono i giorni, il suo passo si fa più lesto, sino ad esplodere nel grido strozzato delle cicale e nel sudore che avvinghia i fianchi e la schiena. 

Poi l'abbraccio, un poco alla volta, si affloscia e lascia il posto ad un' angoscia a scandire le settimane nell'attesa del ritorno del caldo e della polvere. 

Il lunario giace inchiodato sopra il camino. Non mi serve tenere il conto delle stagioni. Tanto so che ritornano e la mia pelle non ha rughe e i capelli sono condannati a non imbiancare. 

Il calendario è per coloro che seguono la strada dei giorni: sicuri alla partenza possono illudersi di cambiare la meta. 

Ma non per quelli come me, sacerdoti di una ruota senza fine, prigionieri in questo gorgo di case che non concede la grazia di affondare. 
Al tramonto, come ogni anno quando il sole, passato il culmine, inizia a declinare, faccio quello che devo: scelgo il gallo nero che ho osservato crescere sera dopo sera. Gli ho legato le zampe, le ali e il becco e ora, che non può dibattersi, mi guarda senza rassegnazione. Lo sistemo nella buca scavata nel suolo secco. Spunta solo la testa: si agita, cerca di artigliare il cielo con il becco. Alzo il falcetto. La stacco con un solo colpo. 
Il sangue cola scuro. La terra beve. 
La sete diventerà pane anche per il raccolto dell'anno a venire. L'inizio e la fine tornano a coincidere. 
Tengo per le zampe la carcassa che gocciola rimorso al suolo. 
Lo stesso sangue quel giorno rigava le cosce della Corinna. Lontane si sentivano le voci dei mietitori e lei, la mia mano sulla sua bocca, dopo aver reciso l'ultimo covone, spalancava gli occhi chiedendo aiuto ad un sole complice, stringendo la gonna tra le gambe. Nel crepuscolo rosso, artigliando a terra i suoi capelli, che si mischiavano al colore delle stoppie, sacrificai alla forza l'amore e mi esiliai sul ciglio del tempo. 
Anche la Corinna perse il conto dei giorni: la sua giovinezza non ebbe più senso, inchiodata dagli indici puntati contro il suo ventre. Smarrì le parole, confuse le ore nella liturgia del silenzio. 
Oggi siamo rimasti solo il silenzio ed io; le case sono mute e la chiesa, senza più le finestre ed il portone, spalanca fauci cave, come se il Signore del perdono avesse deciso di abbandonare alla sua eterna altalena questo nodo di strade. 
L'estate da noi non è mai stato un periodo felice: quando il Cane monta la guardia, il caldo toglie la pace, la polvere copre ogni cosa e mi soffoca l'odore delle verze che friggono nella controra. 
Un tempo, semina, mietitura e trebbiatura scandivano le giornate. Offrivamo tributi alla terra e lei ci nutriva tutti. Nel sangue siamo nati. Di sangue viviamo. 
I campi di grano occupano ancora tutta la piana, ma il villaggio si è spostato più a valle e, a seconda di come gira il vento, posso sentire il lamento delle trebbiatrici che ha sostituito le urla dei mietitori. 
Dalla collina, guardo i capelli delle spighe attraversate dal respiro dei tempi. 
In lontananza l'autostrada ferisce la campagna; chi passa è troppo veloce per accorgersi di me. Se solo si fermasse e, la mano sulla fronte, guardasse verso mezzogiorno, vedrebbe un corvo nero che osserva. Non sospetta che, facendo memoria del mio rimorso, nutro lui e tutti quelli come lui che, senza nemmeno voltarsi, proseguono in fretta. 
Il prete è arrivato in una notte di marzo. Senza fare rumore ha scrostato i muri della chiesa, installato le vetrate, riparato il portone. 
Quando mi incamminai lungo il sentiero, che ricorda solo le impronte dei miei piedi, le nuove finestre della chiesa sembravano occhi cui una mano pietosa aveva chiuso le ciglia. 
Lui attendeva al di là del portone. Intrecciò le sue mani con le mie, non spaventato dall'odore del sangue che mi impregna la pelle. 
“La colpa può essere un dono straordinario, se solo hai il coraggio di afferrarlo” 
Disse, mentre svolgevo sotto il suo sguardo la spirale dei miei giorni, fino ad arrivare al centro, a quella sera di giugno quando, barattando l'amore con possesso curvai il mio tempo per appenderlo al rimorso.
Nelle notti successive, vegliando per allontanare la luce del sole, cercavo di allungare la mano verso la facciata del duomo fiammeggiante. Ma arrivava solo l'odore della pece che bruciava nelle fiaccole appese dal prete a guardia del portone. 

Finalmente, una mattina, quando il cielo ancora singhiozzava dopo il temporale, scostando la tenda dalla finestra, la vidi. Portava sulla testa un velo, dello stesso colore della veste del prete e, nonostante la distanza, riuscivo a distinguere sul volto pallido le labbra morbide come petali di papavero. 

Quando al crepuscolo mi siedo a guardia tra le stoppie, lei sta accanto a me e, muta, annoda fili d'erba con dita svelte. Sera dopo sera, lo scirocco mi abitua al suo odore di pane e di olive, fino a quando su un letto di spighe intrecciate, sono pronto ad affondare i denti dentro di lei, a mordere l'amore che ho rinunciato a conoscere, a gustare il sapore del pane e il silenzio dei papaveri. Le mie mani si impigliano ai suoi capelli scuri come ali di corvo. 

Adesso che tacciono le mietitrebbie e le cicale battono il tempo dell'estate, posso finalmente risalire il gorgo dei tempi e incamminarmi verso quello che è il mio destino. 

Stanotte, la luna bassa sull'orizzonte guarderà questa straniera alzare la falce sulla mia gola. 

Non sarà sangue di donna o di animale a nutrire la terra ma il mio stesso sangue a diventare pane perché il grano possa tornare a vivere. 


Il racconto è ispirato, oltre che dalla canzone "l'autostrada" di Daniele Silvestri, dalla leggenda dello Spirito del Grano che dimora nelle spighe e muore con la mietitura. Nelle campagne un tempo, si sacrificavano animali per garantirne la rinascita anno dopo anno. Adesso sono rimasti solo riti incruenti e manifestazioni folcloristiche ma che, secondo alcuni antropologi, adombrano anche antichi sacrifici umani.




Alisa Mittler, Aprile 2012