Dio sale dal basso,
sale dal basso l'Altissimo
I. Santacroce - Amorino
sale dal basso l'Altissimo
I. Santacroce - Amorino
L'estate da noi non è mica un periodo felice
che il caldo ti toglie la pace
la polvere copre ogni cosa
e ti spezza la voce
D.Silvestri - l'autostrada
Arriva
ogni anno l'estate. La intuisco già nei brividi del pettirosso e
nelle corse delle nuvole a marzo. Man mano che incombono i giorni, il
suo passo si fa più lesto, sino ad esplodere nel grido strozzato
delle cicale e nel sudore che avvinghia i fianchi e la schiena.
Poi
l'abbraccio, un poco alla volta, si affloscia e lascia il posto ad
un' angoscia a scandire le settimane nell'attesa del ritorno del
caldo e della polvere.
Il
lunario giace inchiodato sopra il camino. Non mi serve tenere il
conto delle stagioni. Tanto so che ritornano e la mia pelle non ha
rughe e i capelli sono condannati a non imbiancare.
Il
calendario è per coloro che seguono la strada dei giorni: sicuri
alla partenza possono illudersi di cambiare la meta.
Ma
non per quelli come me, sacerdoti di una ruota senza fine,
prigionieri in questo gorgo di case che non concede la grazia di
affondare.
Al
tramonto, come ogni anno quando il sole, passato il culmine, inizia a
declinare, faccio quello che devo: scelgo il gallo nero che ho
osservato crescere sera dopo sera. Gli ho legato le zampe, le ali e
il becco e ora, che non può dibattersi, mi guarda senza
rassegnazione. Lo sistemo nella buca scavata nel suolo secco. Spunta
solo la testa: si agita, cerca di artigliare il cielo con il becco.
Alzo il falcetto. La stacco con un solo colpo.
Il
sangue cola scuro. La terra beve.
La
sete diventerà pane anche per il raccolto dell'anno a venire.
L'inizio e la fine tornano a coincidere.
Tengo
per le zampe la carcassa che gocciola rimorso al suolo.
Lo
stesso sangue quel giorno rigava le cosce della Corinna. Lontane si
sentivano le voci dei mietitori e lei, la mia mano sulla sua bocca,
dopo aver reciso l'ultimo covone, spalancava gli occhi chiedendo
aiuto ad un sole complice, stringendo la gonna tra le gambe. Nel
crepuscolo rosso, artigliando a terra i suoi capelli, che si
mischiavano al colore delle stoppie, sacrificai alla forza l'amore e
mi esiliai sul ciglio del tempo.
Anche
la Corinna perse il conto dei giorni: la sua giovinezza non ebbe più
senso, inchiodata dagli indici puntati contro il suo ventre. Smarrì
le parole, confuse le ore nella liturgia del silenzio.
Oggi
siamo rimasti solo il silenzio ed io; le case sono mute e la chiesa,
senza più le finestre ed il portone, spalanca fauci cave, come se il
Signore del perdono avesse deciso di abbandonare alla sua eterna
altalena questo nodo di strade.
L'estate
da noi non è mai stato un periodo felice: quando il Cane monta la
guardia, il caldo toglie la pace, la polvere copre ogni cosa e mi
soffoca l'odore delle verze che friggono nella controra.
Un
tempo, semina, mietitura e trebbiatura scandivano le giornate.
Offrivamo tributi alla terra e lei ci nutriva tutti. Nel sangue siamo
nati. Di sangue viviamo.
I
campi di grano occupano ancora tutta la piana, ma il villaggio si è
spostato più a valle e, a seconda di come gira il vento, posso
sentire il lamento delle trebbiatrici che ha sostituito le urla dei
mietitori.
Dalla
collina, guardo i capelli delle spighe attraversate dal respiro dei
tempi.
In
lontananza l'autostrada ferisce la campagna; chi passa è troppo
veloce per accorgersi di me. Se solo si fermasse e, la mano sulla
fronte, guardasse verso mezzogiorno, vedrebbe un corvo nero che
osserva. Non sospetta che, facendo memoria del mio rimorso, nutro lui
e tutti quelli come lui che, senza nemmeno voltarsi, proseguono in
fretta.
Il
prete è arrivato in una notte di marzo. Senza fare rumore ha
scrostato i muri della chiesa, installato le vetrate, riparato il
portone.
Quando
mi incamminai lungo il sentiero, che ricorda solo le impronte dei
miei piedi, le nuove finestre della chiesa sembravano occhi cui una
mano pietosa aveva chiuso le ciglia.
Lui
attendeva al di là del portone. Intrecciò le sue mani con le mie,
non spaventato dall'odore del sangue che mi impregna la pelle.
“La
colpa può
essere un dono straordinario, se solo hai il coraggio di
afferrarlo”
Disse,
mentre svolgevo sotto il suo sguardo la spirale dei miei giorni, fino
ad arrivare al centro, a quella sera di giugno quando, barattando
l'amore con possesso curvai il mio tempo per appenderlo al
rimorso.
Nelle
notti successive, vegliando per allontanare la luce del sole, cercavo
di allungare la mano verso la facciata del duomo fiammeggiante. Ma
arrivava solo l'odore della pece che bruciava nelle fiaccole appese
dal prete a guardia del portone.
Finalmente,
una mattina, quando il cielo ancora singhiozzava dopo il temporale,
scostando la tenda dalla finestra, la vidi. Portava sulla testa un
velo, dello stesso colore della veste del prete e, nonostante la
distanza, riuscivo a distinguere sul volto pallido le labbra morbide
come petali di papavero.
Quando
al crepuscolo mi siedo a guardia tra le stoppie, lei sta accanto a me
e, muta, annoda fili d'erba con dita svelte. Sera dopo sera, lo
scirocco mi abitua al suo odore di pane e di olive, fino a quando su
un letto di spighe intrecciate, sono pronto ad affondare i denti
dentro di lei, a mordere l'amore che ho rinunciato a conoscere, a
gustare il sapore del pane e il silenzio dei papaveri. Le mie mani si
impigliano ai suoi capelli scuri come ali di corvo.
Adesso
che tacciono le mietitrebbie e le cicale battono il tempo
dell'estate, posso finalmente risalire il gorgo dei tempi e
incamminarmi verso quello che è il mio destino.
Stanotte,
la luna bassa sull'orizzonte guarderà questa straniera alzare la
falce sulla mia gola.
Non
sarà sangue di donna o di animale a nutrire la terra ma il mio
stesso sangue a diventare pane perché il grano possa tornare a
vivere.
Il racconto è ispirato, oltre che dalla canzone "l'autostrada" di Daniele Silvestri, dalla leggenda dello Spirito del Grano che dimora nelle spighe e muore con la mietitura. Nelle campagne un tempo, si sacrificavano animali per garantirne la rinascita anno dopo anno. Adesso sono rimasti solo riti incruenti e manifestazioni folcloristiche ma che, secondo alcuni antropologi, adombrano anche antichi sacrifici umani.
Alisa Mittler, Aprile 2012

