La situazione era assurda, ne converrai, il posto, la stanza scrostata di una sacrestia obsoleta, e quella specie di vecchia giovane che si mi si era parata davanti.
Ogni volto, ogni persona di quel paese ambiguo è ben stampato nella mia mente. Eppure quando cerco di mettere insieme i pezzi della storia per vederci, se non un disegno nitido, almeno una logica, tutto si intorbida.
No, non sono andato a Novocastro di proposito, anche se, dopo aver letto il tuo reportage sul nostro quotidiano, dove raccontavi di quel paese di poche anime caduto sul fondo della vallata, come uno dei pochi borghi in Italia incontaminati dalla modernità, ero solleticato da una curiosità inquieta.
Mi si era semplicemente fermata la macchina sulla provinciale, hai presente vicino presso il bosco di larici e faggi che, in quel pomeriggio di fine novembre, suonanava tutte le sinfonie del rosso.
Non avevo alternative: l'unica soluzione era di salire sulla corriera azzurrina che mi era apparsa all'improvviso, sbucata dal silenzio e che andava appunto a Novocastro. Man mano che il bus, dove ero l'unico passeggero, percorreva i tornanti, scavalcava la collina, e ridiscendeva lungo la vallata, mi ronzavano in testa le frasi della tua inchiesta, che avevo letto non so quante volte. Un lavoro apprezzabile, ma che lasciava molti interrogativi, come se qualcosa non fosse stato chiarito del tutto. Si intuiva una specie di reticenza quando accennavi ai riti dei paesani e al loro dialetto, che si erano tramandati uguali a se stessi attraverso i secoli. Alcune foto, poi, mi avevano particolarmente impressionato: ritraevano gli abitanti dalle facce truci, con in mano attrezzi agricoli che si vedono ormai solo sui libri.
Ci siamo fermati sulla piazza principale. Al centro tre uomini stavano preparando una grande catasta di sterpaglie da ardere. Sono entrato nell'osteria. C'erano solo due persone sedute ad un tavolo, che non hanno risposto al mio cenno di saluto. Ho aspettato non poco davanti al bancone, prima che una donna arrivasse a servirmi.
Era una persona, che metteva a disagio, ma non saprei spiegarti perchè. Solo dopo averla scrutata bene, mi ero accorto che, nonostante il volto giovane, di ragazza, aveva movenze e voce da centenaria.
Cercando una sedia, mi sono avvicinato ai due avventori che parevano davvero i figli del pittore Bosch, come tu li avevi definiti. Uno, con un becco al posto del naso, mi indicava al suo collega che, schioccando il labbro leporino continuava a tastarmi prima il braccio, poi la spalla, per arrivare alla gola. Poi, con un gesto innaturale del gomito, rovescia il mio bicchiere senza che possa assaggiarne.
Questo era davvero il colmo! Mi sarei fatto venire a prendere immediatamente! Con rabbia mi sono alzato e, malgrado la vista azzoppata dal fumo che invadeva la locanda, ho preso il mio cellulare che avevo dimenticato sul bancone.
Non c'era campo.
“Non funziona, Non funziona!”
Gridava la padrona della locanda, e ha cominciato a ridere come una scema. Faceva sussultare le grandi tette strizzate nel grembiule ed emetteva gridolini da topo isterico. Ti assicuro che, se non fossi uscito, avrei avuto la forza di commettere un omicidio
Ma che razza di gente! Capisci adesso perché nessuno vuole mai avventurarsi in quel posto?
Appena fuori da quell'aria rancida, mi sono diretto alla chiesa, di sicuro là non mi avrebbero rifiutato un letto per la notte.
La pira sulla piazza aveva assunto le sembianze di un fantoccio umano, mentre piano piano, come usciti dal sottosuolo giungevano silenziosi, uomini, donne e bambini vestiti con i colori del lutto. Alcuni portavano rastrelli, falci e roncole. Una donna nerboruta aveva appena sgozzato un'oca e faceva colare il sangue dentro un catino. Disgustato mi giro dall'altra parte e vengo urtato dall'autista della corriera che mi getta davanti al viso un' altra oca starnazzante.
Mi sono accorto che zoppicava.
Ma ti sembra strano uno zoppo che guida la corriera? Sforzandomi di darmi un contegno, ho affrettato il passo e sono entrato nella chiesa deserta. Anche tu, che la hai visitata, sei stato colto da una sensazione di freddo appena entrato?
Nella penombra riuscivo a malapena a scorgere l'altare maggiore, che nascondeva i fasti barocchi sotto una patina di fuliggine.
Quando mi sono voltato ho visto l'affresco. Un cavaliere, sul suo destriero nero come la pece, solcava il cielo, sguainando la spada, mentre a terra un gruppo di scheletri ghignanti saltellava in un girotondo, tenendo per mano uomini, donne e bambini. Sotto, un cartiglio scrostato incorniciava la scritta Sanct Martinus.
Una mano mi ha sfiorato un braccio, facendomi sussultare.
“Le piace?”
Una voce acuta alle mie spalle mi ha distratto da quello spettacolo. Dietro di me, c'era una figura alta, con la veste talare. L'abito scuro, che gli arrivava alle caviglie, ne metteva in risalto il pallore del volto e gli occhi cerulei.
“E' il nostro patrono, San Martino. Almeno così si racconta...”
Gli scheletri sembravano voler uscire dalla parete e trascinarmi via
“Suggestivo...”
Dico, così per rompere il silenzio.
“ E' il signore degli inferi, colui che attraverso la morte favorisce la rinascita ”
Mentre parlava, le sue labbra quasi mi sfioravano il collo. Le fiammelle delle candele mi facevano girare le testa.
“Un demonio?”
Sussurro quasi fra me e me.
“No. Una forza primigenia. Santi, demoni, sono classificazioni nostre, un modo per dare nome agli accadimenti naturali”
Strane parole, ti pare, pronunciate da un uomo di chiesa.
Da fuori giungeva una litania sommessa.
“Ha bisogno di ricovero, vero? Non capita molta gente da queste parti. Mi segua!”
Il prete mi sfiorava il polso con delle dita affusolate e femminee.
Tu lo hai sicuramente conosciuto, ma nell'articolo ne fai solo qualche cenno. Gli hai parlato non è così? Perché quando ti hanno chiesto di tornare a Novocastro per intervistarlo non ne hai voluto sapere? Nella sacrestia, da una grande finestra che occupava quasi tutta la parete, si vedevano alte fiamme che avevano avvolto il fantoccio sulla piazza. Il caldo del falò giungeva fin dentro il locale, il fuoco proiettava ombre lunghe sui muri. I canti diventavano sempre più ritmati e più alti.
“Fa impressione, vero?”
La voce del sacerdote era melliflua. Sotto la luce dorata, le sue labbra, sempre più rosse, disegnavano un sorriso accattivante.
“Non c'è rinascita senza una morte. Nella notte dei tempi si sacrificavano addirittura degli esseri umani”
Le voci da fuori erano sempre più forti.
“Non tema, ora ci limitiamo a sgozzare le oche”
Mi pareva di sentire l'odore del sangue ed avevo una forte nausea. Le pareti della sacrestia si facevano molli, come di gomma. Sentivo le parole del prete, che si era portato dietro di me, sempre più vicine. Non capivo cosa stesse dicendo, qualcosa in quel suo assurdo dialetto suppongo. Le ombre sulla parete disegnavano uomini con la testa d'oca, ragazze sdentate, bambini con il muso di topo. Quello spettacolo mi disgustava, ma non riuscivo a distogliere lo sguardo finchè mi abbandonavo a due mani leggere che mi accarezzavano il petto mentre una bocca morbida mi sfiorava il collo.
Mi volto, la figura di donna alta come me, e completamente nuda aveva la pelle così chiara e senza ombra di peli da sembrare trasparente. Mi ha preso una mano portandomela sui suoi seni, che parevano di latte. Ma, quando ho incrociato quegli occhi celesti, l'orrore mi ha gettato ad appiattirmi contro la parete. Non solo gli occhi, ma le labbra, il naso, insomma, i tratti del viso erano quelli del prete.
Perchè abbassi lo sguardo e dici che non vuoi sentire oltre?
Mi sono accasciato ansimando. Sentivo solo la voce di quell'essere androgino che cantava una litania incomprensibile. Quando ho sollevato lo sguardo, il prete non c'era più. Al suo posto la padrona della locanda brandiva un coltellaccio da cucina. Non so dove ho trovato la forza di alzarmi in piedi malgrado lo stomaco sottosopra, scaraventarle contro una sedia e infilare la porta laterale. No, quella non era una visione, ho udito chiaramente il colpo del legno sulle sue ossa.
Correndo ho imboccato un sentiero che si inoltrava nel bosco. Al buio, cercavo di districarmi a tentoni dai rami e dalle radici che, come mani cercavano di trattenermi. Ho camminato inciampando, cadendo e rialzandomi fino alle luci dell'alba quando mi hai trovato semisvenuto davanti a casa tua.
Tu insisti a dire che è stato solo un sogno, che prima dimentico tutto meglio è. Ed io mi sforzo, non sai quanto. Eppure ogni giorno che passa, camminando su e giù tra i miei ricordi, non posso fare a meno di tormentare la memoria e continuo a scendere per quella strada inesorabilmente, ogni volta che rievoco quell'assurdo pomeriggio di novembre.
Alisa Mittler, 2007

