mercoledì 7 novembre 2012

il falò di S. Martino




La situazione era assurda, ne converrai, il posto, la stanza scrostata di una sacrestia obsoleta, e quella specie di vecchia giovane che si mi si era parata davanti. 

Ogni volto, ogni persona di quel paese ambiguo è ben stampato nella mia mente. Eppure quando cerco di mettere insieme i pezzi della storia per vederci, se non un disegno nitido, almeno una logica, tutto si intorbida. 

No, non sono andato a Novocastro di proposito, anche se, dopo aver letto il tuo reportage sul nostro quotidiano, dove raccontavi di quel paese di poche anime caduto sul fondo della vallata, come uno dei pochi borghi in Italia incontaminati dalla modernità, ero solleticato da una curiosità inquieta. 
Mi si era semplicemente fermata la macchina sulla provinciale, hai presente vicino presso il bosco di larici e faggi che, in quel pomeriggio di fine novembre, suonanava tutte le sinfonie del rosso. 
Non avevo alternative: l'unica soluzione era di salire sulla corriera azzurrina che mi era apparsa all'improvviso, sbucata dal silenzio e che andava appunto a Novocastro. Man mano che il bus, dove ero l'unico passeggero, percorreva i tornanti, scavalcava la collina, e ridiscendeva lungo la vallata, mi ronzavano in testa le frasi della tua inchiesta, che avevo letto non so quante volte. Un lavoro apprezzabile, ma che lasciava molti interrogativi, come se qualcosa non fosse stato chiarito del tutto. Si intuiva una specie di reticenza quando accennavi ai riti dei paesani e al loro dialetto, che si erano tramandati uguali a se stessi attraverso i secoli. Alcune foto, poi, mi avevano particolarmente impressionato: ritraevano gli abitanti dalle facce truci, con in mano attrezzi agricoli che si vedono ormai solo sui libri. 
Ci siamo fermati sulla piazza principale. Al centro tre uomini stavano preparando una grande catasta di sterpaglie da ardere. Sono entrato nell'osteria. C'erano solo due persone sedute ad un tavolo, che non hanno risposto al mio cenno di saluto. Ho aspettato non poco davanti al bancone, prima che una donna arrivasse a servirmi. 
Era una persona, che metteva a disagio, ma non saprei spiegarti perchè. Solo dopo averla scrutata bene, mi ero accorto che, nonostante il volto giovane, di ragazza, aveva movenze e voce da centenaria. 

Cercando una sedia, mi sono avvicinato ai due avventori che parevano davvero i figli del pittore Bosch, come tu li avevi definiti. Uno, con un becco al posto del naso, mi indicava al suo collega che, schioccando il labbro leporino continuava a tastarmi prima il braccio, poi la spalla, per arrivare alla gola. Poi, con un gesto innaturale del gomito, rovescia il mio bicchiere senza che possa assaggiarne.
Questo era davvero il colmo! Mi sarei fatto venire a prendere immediatamente! Con rabbia mi sono alzato e, malgrado la vista azzoppata dal fumo che invadeva la locanda,  ho preso il mio cellulare  che avevo dimenticato sul bancone. 
Non c'era campo. 
“Non funziona, Non funziona!” 
Gridava la padrona della locanda, e ha cominciato a ridere come una scema. Faceva sussultare le grandi tette strizzate nel grembiule ed emetteva gridolini da topo isterico. Ti assicuro che, se non fossi uscito, avrei avuto la forza di commettere un omicidio 
Ma che razza di gente! Capisci adesso perché nessuno vuole mai avventurarsi in quel posto? 
Appena fuori da quell'aria rancida, mi sono diretto alla chiesa, di sicuro là non mi avrebbero rifiutato un letto per la notte. 
La pira sulla piazza aveva assunto le sembianze di un fantoccio umano, mentre piano piano, come usciti dal sottosuolo giungevano silenziosi, uomini, donne e bambini vestiti con i colori del lutto. Alcuni portavano rastrelli, falci e roncole. Una donna nerboruta aveva appena sgozzato un'oca e faceva colare il sangue dentro un catino. Disgustato mi giro dall'altra parte e vengo urtato dall'autista della corriera che mi getta davanti al viso un' altra oca starnazzante.
Mi sono accorto che zoppicava. 
Ma ti sembra strano uno zoppo che guida la corriera? Sforzandomi di darmi un contegno, ho affrettato il passo e sono entrato nella chiesa deserta. Anche tu, che la hai visitata, sei stato colto da una sensazione di freddo appena entrato? 
Nella penombra riuscivo a malapena a scorgere l'altare maggiore, che nascondeva i fasti barocchi sotto una patina di fuliggine. 
Quando mi sono voltato ho visto l'affresco. Un cavaliere, sul suo destriero nero come la pece, solcava il cielo, sguainando la spada, mentre a terra un gruppo di scheletri ghignanti saltellava in un girotondo, tenendo per mano uomini, donne e bambini. Sotto, un cartiglio scrostato incorniciava la scritta Sanct Martinus. 
Una mano mi ha sfiorato un braccio, facendomi sussultare. 
“Le piace?” 
Una voce acuta alle mie spalle mi ha distratto da quello spettacolo. Dietro di me, c'era una figura alta, con la veste talare. L'abito scuro, che gli arrivava alle caviglie, ne metteva in risalto il pallore del volto e gli occhi cerulei. 
“E' il nostro patrono, San Martino. Almeno così si racconta...” 
Gli scheletri sembravano voler uscire dalla parete e trascinarmi via 
“Suggestivo...” 
Dico, così per rompere il silenzio. 
“ E' il signore degli inferi, colui che attraverso la morte favorisce la rinascita ” 
Mentre parlava, le sue labbra quasi mi sfioravano il collo. Le fiammelle delle candele mi facevano girare le testa. 
“Un demonio?” 
Sussurro quasi fra me e me. 
“No. Una forza primigenia. Santi, demoni, sono classificazioni nostre, un modo per dare nome agli accadimenti naturali” 
Strane parole, ti pare, pronunciate da un uomo di chiesa. 
Da fuori giungeva una litania sommessa. 
“Ha bisogno di ricovero, vero? Non capita molta gente da queste parti. Mi segua!” 
Il prete mi sfiorava il polso con delle dita affusolate e femminee. 
Tu lo hai sicuramente conosciuto, ma nell'articolo ne fai solo qualche cenno. Gli hai parlato non è così? Perché quando ti hanno chiesto di tornare a Novocastro per intervistarlo non ne hai voluto sapere? Nella sacrestia, da una grande finestra che occupava quasi tutta la parete, si vedevano alte fiamme che avevano avvolto il fantoccio sulla piazza. Il caldo del falò giungeva fin dentro il locale, il fuoco proiettava ombre lunghe sui muri. I canti diventavano sempre più ritmati e più alti. 
“Fa impressione, vero?” 
La voce del sacerdote era melliflua. Sotto la luce dorata, le sue labbra, sempre più rosse, disegnavano un sorriso accattivante. 
“Non c'è rinascita senza una morte. Nella notte dei tempi si sacrificavano addirittura degli esseri umani” 
Le voci da fuori erano sempre più forti. 
“Non tema, ora ci limitiamo a sgozzare le oche” 
Mi pareva di sentire l'odore del sangue ed avevo una forte nausea. Le pareti della sacrestia si facevano molli, come di gomma. Sentivo le parole del prete, che si era portato dietro di me, sempre più vicine. Non capivo cosa stesse dicendo, qualcosa in quel suo assurdo dialetto suppongo. Le ombre sulla parete disegnavano uomini con la testa d'oca, ragazze sdentate, bambini con il muso di topo. Quello spettacolo mi disgustava, ma non riuscivo a distogliere lo sguardo finchè mi abbandonavo a due mani leggere che mi accarezzavano il petto mentre una bocca morbida mi sfiorava il collo. 
Mi volto, la figura di donna alta come me, e completamente nuda aveva la pelle così chiara e senza ombra di peli da sembrare trasparente. Mi ha preso una mano portandomela sui suoi seni, che parevano di latte. Ma, quando ho incrociato quegli occhi celesti, l'orrore mi ha gettato ad appiattirmi contro la parete. Non solo gli occhi, ma le labbra, il naso, insomma, i tratti del viso erano quelli del prete. 
Perchè abbassi lo sguardo e dici che non vuoi sentire oltre? 
Mi sono accasciato ansimando. Sentivo solo la voce di quell'essere androgino che cantava una litania incomprensibile. Quando ho sollevato lo sguardo, il prete non c'era più. Al suo posto la padrona della locanda brandiva un coltellaccio da cucina. Non so dove ho trovato la forza di alzarmi in piedi malgrado lo stomaco sottosopra, scaraventarle contro una sedia e infilare la porta laterale. No, quella non era una visione, ho udito chiaramente il colpo del legno sulle sue ossa. 
Correndo ho imboccato un sentiero che si inoltrava nel bosco. Al buio, cercavo di districarmi a tentoni dai rami e dalle radici che, come mani cercavano di trattenermi. Ho camminato inciampando, cadendo e rialzandomi fino alle luci dell'alba quando mi hai trovato semisvenuto davanti a casa tua. 
Tu insisti a dire che è stato solo un sogno, che prima dimentico tutto meglio è. Ed io mi sforzo, non sai quanto. Eppure ogni giorno che passa, camminando su e giù tra i miei ricordi, non posso fare a meno di tormentare la memoria e continuo a scendere per quella strada inesorabilmente, ogni volta che rievoco quell'assurdo pomeriggio di novembre.



Alisa Mittler, 2007

venerdì 15 giugno 2012

la Terra ha sete





Dio  sale dal basso, 
sale dal basso l'Altissimo

I. Santacroce - Amorino


L'estate da noi non è mica un periodo felice
che il caldo ti toglie la pace
la polvere copre ogni cosa
e ti spezza la voce


D.Silvestri - l'autostrada


Arriva ogni anno l'estate. La intuisco già nei brividi del pettirosso e nelle corse delle nuvole a marzo. Man mano che incombono i giorni, il suo passo si fa più lesto, sino ad esplodere nel grido strozzato delle cicale e nel sudore che avvinghia i fianchi e la schiena. 

Poi l'abbraccio, un poco alla volta, si affloscia e lascia il posto ad un' angoscia a scandire le settimane nell'attesa del ritorno del caldo e della polvere. 

Il lunario giace inchiodato sopra il camino. Non mi serve tenere il conto delle stagioni. Tanto so che ritornano e la mia pelle non ha rughe e i capelli sono condannati a non imbiancare. 

Il calendario è per coloro che seguono la strada dei giorni: sicuri alla partenza possono illudersi di cambiare la meta. 

Ma non per quelli come me, sacerdoti di una ruota senza fine, prigionieri in questo gorgo di case che non concede la grazia di affondare. 
Al tramonto, come ogni anno quando il sole, passato il culmine, inizia a declinare, faccio quello che devo: scelgo il gallo nero che ho osservato crescere sera dopo sera. Gli ho legato le zampe, le ali e il becco e ora, che non può dibattersi, mi guarda senza rassegnazione. Lo sistemo nella buca scavata nel suolo secco. Spunta solo la testa: si agita, cerca di artigliare il cielo con il becco. Alzo il falcetto. La stacco con un solo colpo. 
Il sangue cola scuro. La terra beve. 
La sete diventerà pane anche per il raccolto dell'anno a venire. L'inizio e la fine tornano a coincidere. 
Tengo per le zampe la carcassa che gocciola rimorso al suolo. 
Lo stesso sangue quel giorno rigava le cosce della Corinna. Lontane si sentivano le voci dei mietitori e lei, la mia mano sulla sua bocca, dopo aver reciso l'ultimo covone, spalancava gli occhi chiedendo aiuto ad un sole complice, stringendo la gonna tra le gambe. Nel crepuscolo rosso, artigliando a terra i suoi capelli, che si mischiavano al colore delle stoppie, sacrificai alla forza l'amore e mi esiliai sul ciglio del tempo. 
Anche la Corinna perse il conto dei giorni: la sua giovinezza non ebbe più senso, inchiodata dagli indici puntati contro il suo ventre. Smarrì le parole, confuse le ore nella liturgia del silenzio. 
Oggi siamo rimasti solo il silenzio ed io; le case sono mute e la chiesa, senza più le finestre ed il portone, spalanca fauci cave, come se il Signore del perdono avesse deciso di abbandonare alla sua eterna altalena questo nodo di strade. 
L'estate da noi non è mai stato un periodo felice: quando il Cane monta la guardia, il caldo toglie la pace, la polvere copre ogni cosa e mi soffoca l'odore delle verze che friggono nella controra. 
Un tempo, semina, mietitura e trebbiatura scandivano le giornate. Offrivamo tributi alla terra e lei ci nutriva tutti. Nel sangue siamo nati. Di sangue viviamo. 
I campi di grano occupano ancora tutta la piana, ma il villaggio si è spostato più a valle e, a seconda di come gira il vento, posso sentire il lamento delle trebbiatrici che ha sostituito le urla dei mietitori. 
Dalla collina, guardo i capelli delle spighe attraversate dal respiro dei tempi. 
In lontananza l'autostrada ferisce la campagna; chi passa è troppo veloce per accorgersi di me. Se solo si fermasse e, la mano sulla fronte, guardasse verso mezzogiorno, vedrebbe un corvo nero che osserva. Non sospetta che, facendo memoria del mio rimorso, nutro lui e tutti quelli come lui che, senza nemmeno voltarsi, proseguono in fretta. 
Il prete è arrivato in una notte di marzo. Senza fare rumore ha scrostato i muri della chiesa, installato le vetrate, riparato il portone. 
Quando mi incamminai lungo il sentiero, che ricorda solo le impronte dei miei piedi, le nuove finestre della chiesa sembravano occhi cui una mano pietosa aveva chiuso le ciglia. 
Lui attendeva al di là del portone. Intrecciò le sue mani con le mie, non spaventato dall'odore del sangue che mi impregna la pelle. 
“La colpa può essere un dono straordinario, se solo hai il coraggio di afferrarlo” 
Disse, mentre svolgevo sotto il suo sguardo la spirale dei miei giorni, fino ad arrivare al centro, a quella sera di giugno quando, barattando l'amore con possesso curvai il mio tempo per appenderlo al rimorso.
Nelle notti successive, vegliando per allontanare la luce del sole, cercavo di allungare la mano verso la facciata del duomo fiammeggiante. Ma arrivava solo l'odore della pece che bruciava nelle fiaccole appese dal prete a guardia del portone. 

Finalmente, una mattina, quando il cielo ancora singhiozzava dopo il temporale, scostando la tenda dalla finestra, la vidi. Portava sulla testa un velo, dello stesso colore della veste del prete e, nonostante la distanza, riuscivo a distinguere sul volto pallido le labbra morbide come petali di papavero. 

Quando al crepuscolo mi siedo a guardia tra le stoppie, lei sta accanto a me e, muta, annoda fili d'erba con dita svelte. Sera dopo sera, lo scirocco mi abitua al suo odore di pane e di olive, fino a quando su un letto di spighe intrecciate, sono pronto ad affondare i denti dentro di lei, a mordere l'amore che ho rinunciato a conoscere, a gustare il sapore del pane e il silenzio dei papaveri. Le mie mani si impigliano ai suoi capelli scuri come ali di corvo. 

Adesso che tacciono le mietitrebbie e le cicale battono il tempo dell'estate, posso finalmente risalire il gorgo dei tempi e incamminarmi verso quello che è il mio destino. 

Stanotte, la luna bassa sull'orizzonte guarderà questa straniera alzare la falce sulla mia gola. 

Non sarà sangue di donna o di animale a nutrire la terra ma il mio stesso sangue a diventare pane perché il grano possa tornare a vivere. 


Il racconto è ispirato, oltre che dalla canzone "l'autostrada" di Daniele Silvestri, dalla leggenda dello Spirito del Grano che dimora nelle spighe e muore con la mietitura. Nelle campagne un tempo, si sacrificavano animali per garantirne la rinascita anno dopo anno. Adesso sono rimasti solo riti incruenti e manifestazioni folcloristiche ma che, secondo alcuni antropologi, adombrano anche antichi sacrifici umani.




Alisa Mittler, Aprile 2012

giovedì 9 febbraio 2012

la Diletta





Ma che, c'hai la Diletta?” 
Dice mia madre a mio fratello e lui abbassa lo sguardo, mentre le sue guance diventano color pomodoro. Avere la Diletta al nostro paese (ma solo ed esclusivamente qui) significa essere deliziosamente smarriti nei meandri di languidi pensieri. 
L'origine del detto sta nel ritratto ad olio sulla lapide all'angolo del secondo viale a destra, appena entrati nel cimitero. Protetto dal vetro, ti fissa lo sguardo di una giovane donna che tiene un mazzo di papaveri stretto al petto. I capelli rossi ricadono sul seno maliziosamente scoperto. Un'immagine un po' insolita per una lapide che riporta a lettere dorate soltanto il nome Diletta senza nessuna data né di nascita né di morte, ma che è praticamente ricoperta da collane, pupazzetti, biglietti, foto, lucchetti e persino qualche capo di biancheria intima. 
La signorina Diletta Bellini, unica figlia femmina del signor Federico Bellini, notabile del paese, che aveva fatto fortuna con il contrabbando, era vissuta, al maturare del secolo scorso, nella villa sopra la collina. 
Era bella. Davvero!” 
Racconta mia nonna, che da bambina ricorda di averla vista più volte. 
Quando passava per il corso, dritta come un fuso, con i suoi abiti alla moda, tutti si voltavano a guardarla, ma lei, nemmeno una piega!” 
In molti avevano potuto ammirarla, a teatro o ai ricevimenti nella casa del Podestà, ma entrare in confidenza con lei era quasi impossibile. 
Era così fiera che sembrava portasse in testa una corona!” 
Dai racconti degli anziani che l'hanno conosciuta, poi, ne esce l'immagine di una ragazza che godeva di una libertà concessa a poche, ma a differenza delle altre donne libere e quindi perdute, conservava intatta la sua reputazione. 
Era come una regina, nessuno avrebbe osato toccarla” 
I genitori e i fratelli non la controllavano più di tanto, perché le avevano affibbiato come custode un cerbero occhiuto e inflessibile: nell'armadio teneva un abito bianco da sposa, che era appartenuto a sua madre e prima ancora a sua nonna. 
Un giorno sarà tuo” le ripeteva in continuazione la madre “ma dovrai esserne degna!” 
E lei degna lo sarebbe stata di certo, sussurrava tra sé, quando, chiusa la porta a chiave e spalancate le finestre per far entrare meglio la luce, ne rimirava la seta e il velo. Ma i bagliori candidi assumevano tonalità sinistre al ricordo delle parole di don Luigi che, ad ogni messa domenicale non perdeva occasione di minacciare gravi castighi a chi avrebbe osato sporcarlo. Ecco che allora diventava una terribile, invisibile armatura, pronta a proteggerla da ogni più astuta tentazione. 
Da Giacomo soprattutto, che almeno una volta al mese tornava apposta dalla città, dove studiava belle arti, per passare interi, spossanti pomeriggi sull'ottomana del suo salottino privato a fumare sigarette. Nella penombra, mentre le soffiava con le labbra sul collo versi di Baudelaire, era riuscito a convincerla a farsi ritrarre. 
Spaventata, ma non abbastanza, dalla sua stessa audacia, Diletta aveva sciolto i capelli rossi, aperto la camicia e stretto con malizia un mazzolino di papaveri al petto. Lo sguardo di lui sulla pelle del seno, fu uno dei segreti più dolci che l'avrebbero accompagnata nelle giornate solitarie della sua non lunga vita. Dopo avergli strappato la promessa di attenderla finché non avesse raggiunto l'età da marito, passava le ore dietro le persiane chiuse, dove gli sguardi occhiuti dei paesani non potevano raggiungerla, sfiancandosi nell'attesa di una lettera dalla città. Fino a quando, a sorpresa, fu Giacomo a tornare ma steso, con i piedi davanti. 
C'era tutto il paese in duomo, a rimpiangere uno stelo troppo presto reciso, ma dietro i cappelli e i veli neri, le voci bisbigliavano di come il suo talento fosse dolcemente affogato nell'oppio di un bordello. 
Diletta aveva riposto il mazzolino di papaveri seccato accanto al vestito bianco, ma ancora non riusciva ad odiarlo, il suo abito da sposa, anzi, lo ringraziava ogni giorno per averla salvata, così da  poterlo indossare con maggior gloria in un futuro non tanto lontano. Magari varcando il portone della cattedrale insieme a Giovanni, che si era mostrato ben lieto di attenderla almeno fino al termine della guerra. 
Purtroppo però, pochi mesi dopo l'armistizio, Giovanni aveva attraversato si il sagrato, ma braccetto di Lucia, fasciata in una mise gialla che tirava sulla pancia. 
Ormai sul crinale dei trent'anni, Diletta si era accorta di come il suo bell'abito fosse in realtà un cencio passato di moda e decise che la sua bellezza, dall'oro del mezzogiorno, non sarebbe stemperata nel bronzo del crepuscolo. 
Sarebbe salpata a breve. Per diversi giorni a seguire ci fu dunque una processione alla sua casa, per affidarle messaggi per l'altra riva. 
La moglie del farmacista, di nascosto dal marito, che non credeva a queste scempiaggini, la supplicava di comunicarle quanto prima i numeri del lotto. Il maresciallo dei Carabinieri le aveva infilato sotto il cuscino una lettera dove implorava perdono alla sua povera moglie, che le febbri gli avevano strappato all'inizio dell'inverno, per non essere ligio a lei come alla Benemerita. La vedova del macellaio, che non sapeva scrivere, le sussurrava all'orecchio di dire al suo caro Franco, che non lo aveva dimenticato, anche se, insomma, lei proprio di legno non era. Persino Clelia, la perpetua strabica e con un neo sulla punta del naso, era venuta, di nascosto da don Luigi, a portare una biglietto profumato di lavanda. Dopo una settimana, quando la primavera era ormai avanzata, Diletta, preso da parte suo padre, che nulla temeva se non i morti, minacciando di tornare a tirargli i piedi tutte le notti se non avesse appeso sulla tomba il suo ritratto ad olio con i papaveri, aveva levato l'ancora. 
Fu vestita con l'abito di seta e tulle, ingiallito nell'odor di tarme e deposta con il mazzolino di papaveri secchi tra le dita. 
Durante la cerimonia, don Luigi annoiò tutto il paese, che era corso a salutarla, indicandola come una sposa candida vissuta, per la difesa del suo tesoro più grande. 
Ma la notte stessa dopo la sepoltura, fece sogni così strani che il giorno dopo uscì di buon ora per andare a confessarsi dal vescovo, mentre Clelia preparava la colazione garrula come non mai: aveva avuto la certezza tangibile di non essere stata mai dimenticata. 
Il maresciallo invece, lo si vedeva sempre più spesso a misurare il selciato davanti alla macelleria, alzando di tanto in tanto uno sguardo implorante all'orologio della torre campanaria. Non appena la saracinesca si abbassava, entrava come un gatto quella che era diventata la soglia del Paradiso. Ora, lui e la vedova del povero Franco, sapevano che, dall'altra parte, nessuno aveva niente da ridire sui loro crepuscoli sempre più lunghi passati a rosolare come spiedini sotto le lenzuola. 
Da allora Diletta torna nei sogni dei miei compaesani. Gli uomini, che hanno la fortuna di incontrarla, quando il manto scuro della notte inizia a caricarsi di tonalità pastello, custodiscono con piacere, siano essi puledri scalpitanti o leoni al tramonto, la sensazione morbida che dà il bianco dei suoi seni, con i capezzoli delicati come rose. Le donne invece la invocano chiedendole la sapienza di riacciuffare un amore distratto, oppure il dono della la fantasia che le aiuti ad ammantare di gloria un marito pelato e panciuto. 
Per molti ragazzini, come mio fratello, la Diletta è la prima amante che tutto può concedere, ma che solo a nominarla, colora le guance di carminio. 



Alisa Mittler, luglio 2011

mercoledì 1 febbraio 2012

Corpi fuorilegge


R. Magritte - Gli Amanti



Il nostro cuore fuorilegge
spara colpi di dolore
è troppo tempo che 
non si fa più l'amore

Giusy Ferreri- Il mare immenso


Dopo sei giorni il silenzio fra loro divenne regola. D'ora in avanti avrebbero lasciato solo i corpi a parlare. Le frasi, stroncate prima di nascere, sminuzzate e gutturali, si sarebbero sciolte nell'odore di sudore, di fiato e di sperma, in quella stanza di motel lungo la tangenziale che feriva la campagna apatica.
Si erano ritrovati dopo anni di telefoni muti e sguardi voltati dall'altra parte, quando il caso aveva riavvolto la spirale delle loro vite, per sorprendersi di come le parole, un tempo affilate, fossero diventate armi spuntate. Così fesse da non riuscire nemmeno a raccontare i fianchi modellati da altre mani e quelle rughe di noia vicino alle palpebre.

Poi erano stati quotidiani scambi di messaggi e posta elettronica. Parole che aleggiavano nelle loro menti. Truffaldine, consigliavano di cestinare e non rispondere. Il sì che, anni prima, si erano detti davanti all'altare, si era trasformato negli anni, senza che loro se ne accorgessero, in tanti devi devi e devi. I Devi fare, devi dire, devi tradire, devi troncare sfarfallavano ancora adesso nei loro pensieri.

Ma, passati cinque giorni, in un pomeriggio d'autunno, erano finiti davanti ad un caffè a cercare invano di impilare discorsi, quando dalla finestra la nebbia occultava l'apoteosi dei colori. Piuttosto, a raccontare, furono le mani di lui, rese più abili dall'esperienza e i fianchi di lei, arrotondati e abbelliti da abbracci estranei.

Lui li indovinava sotto il golf leggero e il ricordo gli stuzzicava l'inguine mentre la osservava inumidirsi le labbra. Lei, gli occhi bassi, intuiva quanti altri seni o cosce avevano percorso quelle dita. La stesse mani che lui, poco dopo, le aveva calcato sopra la testa all'improvviso, nel buio del parcheggio. 

Sottomissione, pensava lui e gli piaceva rincorrere quella parola per aumentare la sua eccitazione. Lei invece aveva trovato Dignità a sbarrarle il passo. Crudele, la aveva convinta ad alzarsi e allontanarsi con una risata di scherno. Il tempo di salire in macchina e già si malediceva per essersi fatta abbindolare. Lui, dopo che si era soddisfatto da solo nell'abitacolo buio, pensava a ricontattarla scacciando, come una falena molesta, la parola Rispetto dalla sua mente.

E infatti già il giorno dopo in silenzio, con poche lettere sul telefonino, combinarono l'appuntamento in un bar di passaggio vicino alla tangenziale, frequentato per lo più da stranieri, dove i dialoghi, incomprensibili, non li avrebbero sfiorati.
Il tempo di un caffè e muti si diressero al motel che stava giusto di fronte.
Entrati nella stanza lui la sbatté sul letto, senza nemmeno spogliarla del tutto, tenendole i polsi sopra la testa. Lei aprì ancora di più le gambe, inarcando il bacino verso di lui. Ogni momento si assommava, ogni esperienza passata filtrava dal corpo dell'uno a quello dell'altra e viceversa, per tornare indietro trasformata, accresciuta. Si fondevano per innalzarsi e poi precipitare verso il nulla, avvolti da lenzuola che chissà quanti corpi prima dei loro avevano protetto. Gambe attorcigliate, labbra unite e lingue che scavavano fino ad essere una persona soltanto.
Ciascuno, modellando sempre e soltanto il proprio piacere, con scarsa attenzione e con ancor meno compassione, finiva per soddisfare sempre di più l'altro.
E questo fu il tesoro che, rincorso da anni, scoprirono insieme, per caso, in un crepuscolo di fine ottobre. Il segreto che stronca il pudore. Loro lo avrebbero gustato insieme d'ora in poi, avvinti dalla stagione che va verso il nulla, quando tutti i colori si raccolgono uno dentro l'altro, come amanti in orgasmo.
In un'ora senza ordine, rubata alla pausa pranzo o a qualche riunione di lavoro, si sarebbero ritrovati giorno dopo giorno. A mischiare sudore e fiato, non di certo a fare l'amore, ma a scopare, di nascosto da questo mondo che tutto permette ma niente perdona, senza chiedersi fino a quando sarebbe durato.
Se sarebbe svanito all'improvviso, così come era arrivato o si sarebbe logorato sfilacciandosi piano piano. Senza fermarsi a contemplare quel piccolo miracolo, ma cogliendolo prima che fuggisse di nuovo, avevano capito la vera legge: quella dei corpi fuori legge.



martedì 3 gennaio 2012

dannunziana




Le palpebre socchiuse alla luce brunita del sole autunnale, la spinta del vento sulla schiena. Abbracciato da sogni impudichi e beffardi, mi par di sentire l'aria salmastra riempirmi i polmoni. Combatto per non tornare alla realtà. Ma quando mi sveglio, di soprassalto, quello che ho davanti, non è il mare ceruleo dell'Adriatico. E' soltanto questo lago, insipido, sempre liscio come una tomba d'acqua.

Ed io sono qui, sul promontorio della casa labirinto che mi sono costruito, illuso Minosse, confidando che l'arte mi rendesse Icaro nonostante il peso degli anni. 

Faccio portare ogni giorno, da tutte le parti del mondo, i fiori più astrusi, dove la natura ha profuso il suo genio perverso: le tuberose affogano in un sentore di miele, ma sono quelli artificiali a ingarbugliare di più i miei pensieri che, passo dopo passo, rischiano di incespicare nel filo. 

Dalla Stanza della Musica, la Badessa scandisce i minuti al pianoforte. 

Ruit Hora.
Lascio che si illuda di riempire con questo cicaleccio le giornate, che si creda arbitra della mia vita e di coloro che vengono qui a portare corone funebri al mio artifizio. Contenta di questo regno popolato da ombre, che parlano idiomi barbari. Con loro discute di conti, edizioni, e di parole fesse che ormai regalo, calco delle mie giornate, pegno per i miei debiti. 
Giù, nell'orto, riposano i levrieri. Hanno obliato l'antico padrone e adesso sono fedeli solo all'ozio. La notte, se tendo l'orecchio, li sento correre sottoterra. Con le zampe sottili scavano cunicoli nella mia mente. Corrono da quando cala il tramonto fino all'alba. 
La Badessa, che mi dorme a fianco,dopo una notte di eccessi grotteschi, non può sentirli e io, per non udirli, vado a visitare quell'altro mio letto, nella Stanza del Lebbroso. Mi stendo alla luce fatua della lucerna e le bestie si chetano, accucciate ai piedi del talamo freddo. 
Sorge un altro giorno, la notte è scivolata via, come la sabbia dal palmo della mano. Ornella talvolta viene a farmi compagnia, amica per tenzone di letto, lei che tragica non ha mai saputo essere: in piccoli ruoli al cinematografo è capace, per trenta denari, di barattare la sua arte. 
Ho bisogno dei fiori mortiferi per reggere il confronto, perchè il mio nerbo non si accorga che quel corpo troppo bianco cela un inizio di cancrena, ma possa ancora illudersi di violare carne virginale. Ho bisogno dei fiori della chimica, dei paradisi creati dalla mano dell'uomo. Gli amici della piccola morte però, fanno più acuto il mio udito e posso sentire il rosicchiare continuo dei cani. Ormai non ubbidiscono, non ascoltano il loro padrone fedele. Rosicchiano e rosicchiano. 
Aélis, amica di musica, sento le tue dita pigiare sui tasti: felice regina di un popolo d'ombre. Sazia di raccogliere l'eredità di Giusini, Barbarella e di chissà quante altre, non ti accorgi che l'abito da sera tanto agognato è ormai passato di moda! 
Non può prendere il suo posto,mai: ci sarà sempre soltanto lei lì, a vegliare sulla mia fatica di artigiano. Possibile che il mio pensiero, come un gatto assassino, torni sempre a rimestare nella tana del topo? Sento il suo sguardo, alle mie spalle, nonostante un sudario le occulti il volto di marmo. Lei, che non volle mai entrare in questo laberinto, sapendo che non ci sarebbe stata via d'uscita. 
Ghisola! Solo adesso capisco quanto ti vorrei, grande consolatrice, qui al mio fianco; insieme potremmo mettere in fuga i cani con i loro scalpiccii. Ma devo coprirti lo sguardo perchè i tuoi occhi saprebbero bruciare le parole che scrivo, mentre respiri con labbra di pietra e non fai entrare i levrieri dalla porta.
Il fantasma della Badessa mi porta altre sorelle al talamo, dove annego in un oblio profumato di fiori, annaspo e quando le corolle hanno perso tutti i petali, vedo solo il riso dei cani crudeli, che corrono in tondo e cercano di mordersi le code. Aélis entra, mi porge l'eco del mondo: le medaglie dei miei sodali da appendere alle colonne mute nell'orto, gli omaggi del piccolo che si crede me e che ottiene in cambio solo versi di scarto. 
"Sta qui, accanto a me, Hevelina" 
Lei ride, con i suoi venti anni impudichi mentre si asciuga le mani nel grembiule. Ma sotto quei denti scorgo la bocca del teschio. Un moto d'orrore nelle mie orbite cave e lei fugge, ninfa silvestre, di corsa lungo lo stretto corridoio, per non farsi raggiungere dal mio ghigno. 
Mi siedo allo scrittoio, nell'Officina. Ghisola veglia sul mio lavoro , interrotto ormai nell'altra vita. Corre la penna, forgiando parole che non sentono il peso della carne, la fatica diventa leggera, il corpo par levitare, fantasma tra le ombre. 
Pesante è l'arte che resta ancorata alla terra, in mio nome. 
Io sono quel che ho donato. 

Alisa Mittler, ottobre 2007