giovedì 9 febbraio 2012

la Diletta





Ma che, c'hai la Diletta?” 
Dice mia madre a mio fratello e lui abbassa lo sguardo, mentre le sue guance diventano color pomodoro. Avere la Diletta al nostro paese (ma solo ed esclusivamente qui) significa essere deliziosamente smarriti nei meandri di languidi pensieri. 
L'origine del detto sta nel ritratto ad olio sulla lapide all'angolo del secondo viale a destra, appena entrati nel cimitero. Protetto dal vetro, ti fissa lo sguardo di una giovane donna che tiene un mazzo di papaveri stretto al petto. I capelli rossi ricadono sul seno maliziosamente scoperto. Un'immagine un po' insolita per una lapide che riporta a lettere dorate soltanto il nome Diletta senza nessuna data né di nascita né di morte, ma che è praticamente ricoperta da collane, pupazzetti, biglietti, foto, lucchetti e persino qualche capo di biancheria intima. 
La signorina Diletta Bellini, unica figlia femmina del signor Federico Bellini, notabile del paese, che aveva fatto fortuna con il contrabbando, era vissuta, al maturare del secolo scorso, nella villa sopra la collina. 
Era bella. Davvero!” 
Racconta mia nonna, che da bambina ricorda di averla vista più volte. 
Quando passava per il corso, dritta come un fuso, con i suoi abiti alla moda, tutti si voltavano a guardarla, ma lei, nemmeno una piega!” 
In molti avevano potuto ammirarla, a teatro o ai ricevimenti nella casa del Podestà, ma entrare in confidenza con lei era quasi impossibile. 
Era così fiera che sembrava portasse in testa una corona!” 
Dai racconti degli anziani che l'hanno conosciuta, poi, ne esce l'immagine di una ragazza che godeva di una libertà concessa a poche, ma a differenza delle altre donne libere e quindi perdute, conservava intatta la sua reputazione. 
Era come una regina, nessuno avrebbe osato toccarla” 
I genitori e i fratelli non la controllavano più di tanto, perché le avevano affibbiato come custode un cerbero occhiuto e inflessibile: nell'armadio teneva un abito bianco da sposa, che era appartenuto a sua madre e prima ancora a sua nonna. 
Un giorno sarà tuo” le ripeteva in continuazione la madre “ma dovrai esserne degna!” 
E lei degna lo sarebbe stata di certo, sussurrava tra sé, quando, chiusa la porta a chiave e spalancate le finestre per far entrare meglio la luce, ne rimirava la seta e il velo. Ma i bagliori candidi assumevano tonalità sinistre al ricordo delle parole di don Luigi che, ad ogni messa domenicale non perdeva occasione di minacciare gravi castighi a chi avrebbe osato sporcarlo. Ecco che allora diventava una terribile, invisibile armatura, pronta a proteggerla da ogni più astuta tentazione. 
Da Giacomo soprattutto, che almeno una volta al mese tornava apposta dalla città, dove studiava belle arti, per passare interi, spossanti pomeriggi sull'ottomana del suo salottino privato a fumare sigarette. Nella penombra, mentre le soffiava con le labbra sul collo versi di Baudelaire, era riuscito a convincerla a farsi ritrarre. 
Spaventata, ma non abbastanza, dalla sua stessa audacia, Diletta aveva sciolto i capelli rossi, aperto la camicia e stretto con malizia un mazzolino di papaveri al petto. Lo sguardo di lui sulla pelle del seno, fu uno dei segreti più dolci che l'avrebbero accompagnata nelle giornate solitarie della sua non lunga vita. Dopo avergli strappato la promessa di attenderla finché non avesse raggiunto l'età da marito, passava le ore dietro le persiane chiuse, dove gli sguardi occhiuti dei paesani non potevano raggiungerla, sfiancandosi nell'attesa di una lettera dalla città. Fino a quando, a sorpresa, fu Giacomo a tornare ma steso, con i piedi davanti. 
C'era tutto il paese in duomo, a rimpiangere uno stelo troppo presto reciso, ma dietro i cappelli e i veli neri, le voci bisbigliavano di come il suo talento fosse dolcemente affogato nell'oppio di un bordello. 
Diletta aveva riposto il mazzolino di papaveri seccato accanto al vestito bianco, ma ancora non riusciva ad odiarlo, il suo abito da sposa, anzi, lo ringraziava ogni giorno per averla salvata, così da  poterlo indossare con maggior gloria in un futuro non tanto lontano. Magari varcando il portone della cattedrale insieme a Giovanni, che si era mostrato ben lieto di attenderla almeno fino al termine della guerra. 
Purtroppo però, pochi mesi dopo l'armistizio, Giovanni aveva attraversato si il sagrato, ma braccetto di Lucia, fasciata in una mise gialla che tirava sulla pancia. 
Ormai sul crinale dei trent'anni, Diletta si era accorta di come il suo bell'abito fosse in realtà un cencio passato di moda e decise che la sua bellezza, dall'oro del mezzogiorno, non sarebbe stemperata nel bronzo del crepuscolo. 
Sarebbe salpata a breve. Per diversi giorni a seguire ci fu dunque una processione alla sua casa, per affidarle messaggi per l'altra riva. 
La moglie del farmacista, di nascosto dal marito, che non credeva a queste scempiaggini, la supplicava di comunicarle quanto prima i numeri del lotto. Il maresciallo dei Carabinieri le aveva infilato sotto il cuscino una lettera dove implorava perdono alla sua povera moglie, che le febbri gli avevano strappato all'inizio dell'inverno, per non essere ligio a lei come alla Benemerita. La vedova del macellaio, che non sapeva scrivere, le sussurrava all'orecchio di dire al suo caro Franco, che non lo aveva dimenticato, anche se, insomma, lei proprio di legno non era. Persino Clelia, la perpetua strabica e con un neo sulla punta del naso, era venuta, di nascosto da don Luigi, a portare una biglietto profumato di lavanda. Dopo una settimana, quando la primavera era ormai avanzata, Diletta, preso da parte suo padre, che nulla temeva se non i morti, minacciando di tornare a tirargli i piedi tutte le notti se non avesse appeso sulla tomba il suo ritratto ad olio con i papaveri, aveva levato l'ancora. 
Fu vestita con l'abito di seta e tulle, ingiallito nell'odor di tarme e deposta con il mazzolino di papaveri secchi tra le dita. 
Durante la cerimonia, don Luigi annoiò tutto il paese, che era corso a salutarla, indicandola come una sposa candida vissuta, per la difesa del suo tesoro più grande. 
Ma la notte stessa dopo la sepoltura, fece sogni così strani che il giorno dopo uscì di buon ora per andare a confessarsi dal vescovo, mentre Clelia preparava la colazione garrula come non mai: aveva avuto la certezza tangibile di non essere stata mai dimenticata. 
Il maresciallo invece, lo si vedeva sempre più spesso a misurare il selciato davanti alla macelleria, alzando di tanto in tanto uno sguardo implorante all'orologio della torre campanaria. Non appena la saracinesca si abbassava, entrava come un gatto quella che era diventata la soglia del Paradiso. Ora, lui e la vedova del povero Franco, sapevano che, dall'altra parte, nessuno aveva niente da ridire sui loro crepuscoli sempre più lunghi passati a rosolare come spiedini sotto le lenzuola. 
Da allora Diletta torna nei sogni dei miei compaesani. Gli uomini, che hanno la fortuna di incontrarla, quando il manto scuro della notte inizia a caricarsi di tonalità pastello, custodiscono con piacere, siano essi puledri scalpitanti o leoni al tramonto, la sensazione morbida che dà il bianco dei suoi seni, con i capezzoli delicati come rose. Le donne invece la invocano chiedendole la sapienza di riacciuffare un amore distratto, oppure il dono della la fantasia che le aiuti ad ammantare di gloria un marito pelato e panciuto. 
Per molti ragazzini, come mio fratello, la Diletta è la prima amante che tutto può concedere, ma che solo a nominarla, colora le guance di carminio. 



Alisa Mittler, luglio 2011

mercoledì 1 febbraio 2012

Corpi fuorilegge


R. Magritte - Gli Amanti



Il nostro cuore fuorilegge
spara colpi di dolore
è troppo tempo che 
non si fa più l'amore

Giusy Ferreri- Il mare immenso


Dopo sei giorni il silenzio fra loro divenne regola. D'ora in avanti avrebbero lasciato solo i corpi a parlare. Le frasi, stroncate prima di nascere, sminuzzate e gutturali, si sarebbero sciolte nell'odore di sudore, di fiato e di sperma, in quella stanza di motel lungo la tangenziale che feriva la campagna apatica.
Si erano ritrovati dopo anni di telefoni muti e sguardi voltati dall'altra parte, quando il caso aveva riavvolto la spirale delle loro vite, per sorprendersi di come le parole, un tempo affilate, fossero diventate armi spuntate. Così fesse da non riuscire nemmeno a raccontare i fianchi modellati da altre mani e quelle rughe di noia vicino alle palpebre.

Poi erano stati quotidiani scambi di messaggi e posta elettronica. Parole che aleggiavano nelle loro menti. Truffaldine, consigliavano di cestinare e non rispondere. Il sì che, anni prima, si erano detti davanti all'altare, si era trasformato negli anni, senza che loro se ne accorgessero, in tanti devi devi e devi. I Devi fare, devi dire, devi tradire, devi troncare sfarfallavano ancora adesso nei loro pensieri.

Ma, passati cinque giorni, in un pomeriggio d'autunno, erano finiti davanti ad un caffè a cercare invano di impilare discorsi, quando dalla finestra la nebbia occultava l'apoteosi dei colori. Piuttosto, a raccontare, furono le mani di lui, rese più abili dall'esperienza e i fianchi di lei, arrotondati e abbelliti da abbracci estranei.

Lui li indovinava sotto il golf leggero e il ricordo gli stuzzicava l'inguine mentre la osservava inumidirsi le labbra. Lei, gli occhi bassi, intuiva quanti altri seni o cosce avevano percorso quelle dita. La stesse mani che lui, poco dopo, le aveva calcato sopra la testa all'improvviso, nel buio del parcheggio. 

Sottomissione, pensava lui e gli piaceva rincorrere quella parola per aumentare la sua eccitazione. Lei invece aveva trovato Dignità a sbarrarle il passo. Crudele, la aveva convinta ad alzarsi e allontanarsi con una risata di scherno. Il tempo di salire in macchina e già si malediceva per essersi fatta abbindolare. Lui, dopo che si era soddisfatto da solo nell'abitacolo buio, pensava a ricontattarla scacciando, come una falena molesta, la parola Rispetto dalla sua mente.

E infatti già il giorno dopo in silenzio, con poche lettere sul telefonino, combinarono l'appuntamento in un bar di passaggio vicino alla tangenziale, frequentato per lo più da stranieri, dove i dialoghi, incomprensibili, non li avrebbero sfiorati.
Il tempo di un caffè e muti si diressero al motel che stava giusto di fronte.
Entrati nella stanza lui la sbatté sul letto, senza nemmeno spogliarla del tutto, tenendole i polsi sopra la testa. Lei aprì ancora di più le gambe, inarcando il bacino verso di lui. Ogni momento si assommava, ogni esperienza passata filtrava dal corpo dell'uno a quello dell'altra e viceversa, per tornare indietro trasformata, accresciuta. Si fondevano per innalzarsi e poi precipitare verso il nulla, avvolti da lenzuola che chissà quanti corpi prima dei loro avevano protetto. Gambe attorcigliate, labbra unite e lingue che scavavano fino ad essere una persona soltanto.
Ciascuno, modellando sempre e soltanto il proprio piacere, con scarsa attenzione e con ancor meno compassione, finiva per soddisfare sempre di più l'altro.
E questo fu il tesoro che, rincorso da anni, scoprirono insieme, per caso, in un crepuscolo di fine ottobre. Il segreto che stronca il pudore. Loro lo avrebbero gustato insieme d'ora in poi, avvinti dalla stagione che va verso il nulla, quando tutti i colori si raccolgono uno dentro l'altro, come amanti in orgasmo.
In un'ora senza ordine, rubata alla pausa pranzo o a qualche riunione di lavoro, si sarebbero ritrovati giorno dopo giorno. A mischiare sudore e fiato, non di certo a fare l'amore, ma a scopare, di nascosto da questo mondo che tutto permette ma niente perdona, senza chiedersi fino a quando sarebbe durato.
Se sarebbe svanito all'improvviso, così come era arrivato o si sarebbe logorato sfilacciandosi piano piano. Senza fermarsi a contemplare quel piccolo miracolo, ma cogliendolo prima che fuggisse di nuovo, avevano capito la vera legge: quella dei corpi fuori legge.