“Ma
che, c'hai la Diletta?”
Dice
mia madre a mio fratello e lui abbassa lo sguardo, mentre le sue
guance diventano color pomodoro. Avere la Diletta al nostro paese (ma
solo ed esclusivamente qui) significa essere deliziosamente smarriti
nei meandri di languidi pensieri.
L'origine
del detto sta nel ritratto ad olio sulla lapide all'angolo del
secondo viale a destra, appena entrati nel cimitero. Protetto dal
vetro, ti fissa lo sguardo di una giovane donna che tiene un mazzo di
papaveri stretto al petto. I capelli rossi ricadono sul seno
maliziosamente scoperto. Un'immagine un po' insolita per una lapide
che riporta a lettere dorate soltanto il nome Diletta senza nessuna
data né di nascita né di morte, ma che è praticamente ricoperta da
collane, pupazzetti, biglietti, foto, lucchetti e persino qualche
capo di biancheria intima.
La
signorina Diletta Bellini, unica figlia femmina del signor Federico
Bellini, notabile del paese, che aveva fatto fortuna con il
contrabbando, era vissuta, al maturare del secolo scorso, nella villa
sopra la collina.
“Era
bella. Davvero!”
Racconta
mia nonna, che da bambina ricorda di averla vista più volte.
“Quando
passava per il corso, dritta come un fuso, con i suoi abiti alla
moda, tutti si voltavano a guardarla, ma lei, nemmeno una piega!”
In
molti avevano potuto ammirarla, a teatro o ai ricevimenti nella casa
del Podestà, ma entrare in confidenza con lei era quasi
impossibile.
“Era
così fiera che sembrava portasse in testa una corona!”
Dai
racconti degli anziani che l'hanno conosciuta, poi, ne esce
l'immagine di una ragazza che godeva di una libertà concessa a
poche, ma a differenza delle altre donne libere e quindi perdute,
conservava intatta la sua reputazione.
“Era
come una regina, nessuno avrebbe osato toccarla”
I
genitori e i fratelli non la controllavano più di tanto, perché le
avevano affibbiato come custode un cerbero occhiuto e inflessibile:
nell'armadio teneva un abito bianco da sposa, che era appartenuto a
sua madre e prima ancora a sua nonna.
“Un
giorno sarà tuo” le ripeteva in continuazione la madre “ma
dovrai esserne degna!”
E
lei degna lo sarebbe stata di certo, sussurrava tra sé, quando,
chiusa la porta a chiave e spalancate le finestre per far entrare
meglio la luce, ne rimirava la seta e il velo. Ma i bagliori candidi
assumevano tonalità sinistre al ricordo delle parole di don Luigi
che, ad ogni messa domenicale non perdeva occasione di minacciare
gravi castighi a chi avrebbe osato sporcarlo. Ecco che
allora diventava una terribile, invisibile armatura, pronta a
proteggerla da ogni più astuta tentazione.
Da
Giacomo soprattutto, che almeno una volta al mese tornava apposta
dalla città, dove studiava belle arti, per passare interi, spossanti
pomeriggi sull'ottomana del suo salottino privato a fumare sigarette.
Nella penombra, mentre le soffiava con le labbra sul collo versi di
Baudelaire, era riuscito a convincerla a farsi ritrarre.
Spaventata,
ma non abbastanza, dalla sua stessa audacia, Diletta aveva sciolto i
capelli rossi, aperto la camicia e stretto con malizia un mazzolino
di papaveri al petto. Lo sguardo di lui sulla pelle del seno, fu uno
dei segreti più dolci che l'avrebbero accompagnata nelle giornate
solitarie della sua non lunga vita. Dopo avergli strappato la
promessa di attenderla finché non avesse raggiunto l'età da marito,
passava le ore dietro le persiane chiuse, dove gli sguardi occhiuti
dei paesani non potevano raggiungerla, sfiancandosi nell'attesa di
una lettera dalla città. Fino a quando, a sorpresa, fu Giacomo a
tornare ma steso, con i piedi davanti.
C'era
tutto il paese in duomo, a rimpiangere uno stelo troppo presto
reciso, ma dietro i cappelli e i veli neri, le voci bisbigliavano di
come il suo talento fosse dolcemente affogato nell'oppio di un
bordello.
Diletta
aveva riposto il mazzolino di papaveri seccato accanto al vestito
bianco, ma ancora non riusciva ad odiarlo, il suo abito da sposa,
anzi, lo ringraziava ogni giorno per averla salvata, così da
poterlo indossare con maggior gloria in un futuro non tanto
lontano. Magari varcando il portone della cattedrale insieme a
Giovanni, che si era mostrato ben lieto di attenderla almeno fino al
termine della guerra.
Purtroppo
però, pochi mesi dopo l'armistizio, Giovanni aveva attraversato si
il sagrato, ma braccetto di Lucia, fasciata in una mise gialla che
tirava sulla pancia.
Ormai
sul crinale dei trent'anni, Diletta si era accorta di come il suo
bell'abito fosse in realtà un cencio passato di moda e decise che la
sua bellezza, dall'oro del mezzogiorno, non sarebbe stemperata nel
bronzo del crepuscolo.
Sarebbe
salpata a breve. Per diversi giorni a seguire ci fu dunque una
processione alla sua casa, per affidarle messaggi per l'altra riva.
La
moglie del farmacista, di nascosto dal marito, che non credeva a
queste scempiaggini, la supplicava di comunicarle quanto prima i
numeri del lotto. Il maresciallo dei Carabinieri le aveva infilato
sotto il cuscino una lettera dove implorava perdono alla sua povera
moglie, che le febbri gli avevano strappato all'inizio dell'inverno,
per non essere ligio a lei come alla Benemerita. La vedova del
macellaio, che non sapeva scrivere, le sussurrava all'orecchio di
dire al suo caro Franco, che non lo aveva dimenticato, anche se,
insomma, lei proprio di legno non era. Persino Clelia, la perpetua
strabica e con un neo sulla punta del naso, era venuta, di nascosto
da don Luigi, a portare una biglietto profumato di lavanda. Dopo una
settimana, quando la primavera era ormai avanzata, Diletta, preso da
parte suo padre, che nulla temeva se non i morti, minacciando di
tornare a tirargli i piedi tutte le notti se non avesse appeso sulla
tomba il suo ritratto ad olio con i papaveri, aveva levato l'ancora.
Fu
vestita con l'abito di seta e tulle, ingiallito nell'odor di tarme e
deposta con il mazzolino di papaveri secchi tra le dita.
Durante
la cerimonia, don Luigi annoiò tutto il paese, che era corso a
salutarla, indicandola come una sposa candida vissuta, per la difesa
del suo tesoro più grande.
Ma
la notte stessa dopo la sepoltura, fece sogni così strani che il
giorno dopo uscì di buon ora per andare a confessarsi dal vescovo,
mentre Clelia preparava la colazione garrula come non mai: aveva
avuto la certezza tangibile di non essere stata mai dimenticata.
Il
maresciallo invece, lo si vedeva sempre più spesso a misurare il
selciato davanti alla macelleria, alzando di tanto in tanto uno
sguardo implorante all'orologio della torre campanaria. Non appena la
saracinesca si abbassava, entrava come un gatto quella che era
diventata la soglia del Paradiso. Ora, lui e la vedova del povero
Franco, sapevano che, dall'altra parte, nessuno aveva niente da
ridire sui loro crepuscoli sempre più lunghi passati a rosolare come
spiedini sotto le lenzuola.
Da
allora Diletta torna nei sogni dei miei compaesani. Gli uomini, che
hanno la fortuna di incontrarla, quando il manto scuro della notte
inizia a caricarsi di tonalità pastello, custodiscono con piacere,
siano essi puledri scalpitanti o leoni al tramonto, la sensazione
morbida che dà il bianco dei suoi seni, con i capezzoli delicati
come rose. Le donne invece la invocano chiedendole la sapienza di
riacciuffare un amore distratto, oppure il dono della la fantasia che
le aiuti ad ammantare di gloria un marito pelato e panciuto.
Per
molti ragazzini, come mio fratello, la Diletta è la prima amante che
tutto può concedere, ma che solo a nominarla, colora le guance di
carminio.
Alisa Mittler, luglio 2011

