venerdì 30 dicembre 2011

sisters *


*Racconto ispirato al quadro  "Gabrielle d'Estrées e sua sorella"



Ecco io adesso non vorrei che il disagio, risvegliato in me dalla luce crepuscolare, con il languore che mi provoca giorno dopo giorno, renda tremante la mia mano e mi faccia rinunciare per sempre. 
Non sia mai che questo tempo del sogno rallenti i miei passi, affascinandomi con nuovi incantesimi, fino a farmi smarrire quel filo sottile che trattiene la chiave della libertà. Solo ora mi accorgo che nel palazzo dove sono nata, giorno e notte hanno smesso, da tempo immemorabile, di misurare le ore, mentre ombre di invitati pallidi e leggeri, con passi silenziosi sui pavimenti intarsiati, tracciano l’ombra di una meridiana.
Anche i miei piedi nudi non fanno più rumore, quando attraverso le stanze che si rincorrono una dentro l’altra. Passo vicino a mia madre. Sta china sulla sedia mentre cuce un abito da sera. Ha acceso il fuoco nel camino, come sempre, in estate e in inverno. Mi affretto, svelta, finché i piedi ancora possono sentire il freddo marmo del pavimento. Ho perso gli abiti lungo il corridoio. Varco la porta e finalmente ti vedo, sorella mia, riflessa nel grande specchio di quella che era la nostra stanza. Alzo la mano e tu mi saluti come una marionetta.
Sedici anni. Hai la mia età; il tempo degli incantesimi, quando anche Rosaspina si punse con il fuso e visse un crepuscolo di cento anni. Sedici anni, come quelli che ho compiuto, non ricordo più quando, dodici mesi dopo di te. Dopo che, provando un abito cucito da nostra madre, uno spillo ti ha punta e hai avuto sedici anni per sempre. Dodici mesi dopo, ti vidi nel grande specchio barocco, che sta di fronte al nostro letto.
Ed anche io, da allora, ho sedici anni. mentre l'alba e il crepuscolo si succedono senza senso, la casa con saggezza sembra abbia approfittato dei tuoi momenti d’euforia per prepararsi ad imprigionare le mie risate e la mia voglia di ballare. Sulla parete, dietro le gelosie accostate, mi incantano le immagini di quando, nel cortile interno, al bordo della fontana, fuggendo lo sguardo occhiuto di nostra madre, passavamo ore a rimirarci sul fondo della vasca. Ti guardavo, non senza invidia, mentre spavalda, mostravi i seni diventare ogni giorno più sodi e mi lasciavi accarezzare i tuoi fianchi che intuivo carichi di promesse.
Ma da qualche tempo, per fortuna, la luce crepuscolare mi dà noia. I balli nel salone grande mi fanno girare la testa,caricatura delle corse che facevamo nel patio e che si concludevano sempre nello stesso punto. Allungo la mano allo specchio da dove mi sorridi. I tuoi occhi, le tue labbra e il tuo seno, sono identici ai miei, sorella amata. Solo il sorriso non è uguale: tu sorridi sempre, io non più.
Ti guardo un’ultima volta mentre mi tenti, porgendomi, l’anello fatato tra l’indice e il pollice. Ad occhi chiusi, con i palmi delle mani appoggiati alla superficie fredda, ti sfioro il collo con le labbra, poi, scostandomi appena, tanto che il mio alito appanna la tua immagine, percorro con i polpastrelli la linea delle tue spalle e il cerchio del tuo seno. Stringo il tuo capezzolo, troppo bello per la gioia di un uomo, troppo perfetto per nutrire la vita.
Ora è tempo. Adesso, prima che i crepuscoli mi fiacchino con il loro essere tutti uguali. Oggi, che nostra madre sta cucendo per me un abito funebre. So che vuole impedirmi di uscire dal nostro palazzo, come ha fatto con te, e come tu vuoi fare con me. Ora, ora o mai più. Sei morta, sorella mia. Stai pagando il pegno dopo che hai accettato di avere per sempre sedici anni. Con un pugno ti mando in tanti piccoli pezzi sul pavimento.
Un dolore acuto sale attraverso le vene per arrivare ad ogni nervo del mio corpo. Ora so di avere una mano, un braccio, e degli occhi che vedono gocce di sangue sporcare le mattonelle immacolate. Adesso ho orecchie per udire la mia voce che scuote le pareti. Io corro, ora, attraverso la teoria delle stanze. Le gambe, non più avvezze, sono stanche dopo pochi passi. Uno sguardo alla stanza del camino, e vedo la larva di nostra madre immobile, incartapecorita. Ecco, ora ho trovato la porta. Mi faccio schermo con la mano mentre esco nuda, i miei piedi sentono l’erba soffice del prato, e per la prima volta mi accorgo del calore del sole.




Alisa Mittler, maggio 2009


sabato 10 dicembre 2011

il castigo


Correggio, Giunone castigata



Non conosci questo gioco, ma ti incuriosisce, tu sempre attratta dalla novità. È per questo che mi hai seguito qui all’atelier. La tua voce cristallina rimbalza sulle pareti vellutate, sui divanetti dalle fantasie a damasco. Non stiamo più insieme da un anno, ma, sospettosa, hai accettato lo stesso di incontrarmi.
Ho chiuso la porta a doppia mandata e, schermate le finestre, accendo soltanto la piccola lampada che vicino alla cassa.
Come è strano il negozio adesso: gli appendini e le sedie proiettano ombre lunghe sul pavimento. I camerini con le tende accostate, spalancano bocche buie. Tutto l’ambiente sembra più piccolo ora, che è vuoto delle chiacchiere del giorno. La porta blu, che dà sulla vetrina è chiusa.
Mi piaci stasera, nei tuoi abiti severi: tailleur gessato nero con pantalone a sigaretta. Porti gli occhiali oggi, mentre di solito, per nascondere la tua miopia, preferisci le lenti.
Levi la giacca, ti accomodi sulla sedia e mi guardi, tenendo il mento sul palmo della mano. Un bottone della camicetta bianca è aperto, sei senza reggiseno. Hai capito il gioco. Punti al rilancio.
Tra noi è finita da mesi. Quando ero padrone del tuo corpo, tutto filava liscio. Conducevo io. Poi, a tradimento, tu hai voluto cambiare le regole…
Mi guardi e non dici nulla. Prendo tempo. Ho in mente un piano preciso, penso che ne abbia uno anche tu.
Ti sfilo la camicia, tu mi lasci fare. Poi pantaloni collant e slip, così, in fretta, tanto che non ne noto nemmeno il colore, sento solo la consistenza della seta nelle mani. Ti infilo le scarpe che hai perso mentre ti spogliavo:décolletées nere, con tacco dodici a stiletto. Non sei molto alta in effetti. Ora stai davanti a me, nuda, sulla poltroncina in falso settecento écru dallo schienale dorato e stucchevole. Punti i tacchi sul bordo e allarghi le gambe. Senza imbarazzo.
Ma io so andare più a fondo. Hai soltanto una piccola striscia di peli neri sopra la passera, le labbra sono completamente lisce. Si notano, sul tuo inguine, i segni dell’abbronzatura che sta svanendo. Apprezzavo la cura che avevi per le tue parti intime, ma ora, che lo fai per qualcun altro, mi fa solo rabbia. Prendo un piccolo rasoio, anche questo dorato, dal design antico. E ti depilo completamente. Nei tuoi occhi noto disappunto, anche se non vuoi farmelo capire. Faccio in fretta, pochi colpi, come tu fossi un animale. Poi ti rialzo in piedi e mi piaci. Così, sottile e liscia sembri ancora più nuda. Sei esile, con capelli neri dai riflessi blu notte tagliati a caschetto. Sembri più giovane dei tuoi quarant’ anni, hai tratti adolescenziali, gli occhi allungati tanto che, se non fosse per il seno, imponente, morbido, sembreresti una ragazzina orientale.
Ho in tasca un paio di manette sottili, d’argento, con dei brillantini incastonati sui bracciali. Sono raffinate e tenaci. Le faccio tintinnare davanti al tuo volto e in un lampo scattano ai tuoi polsi che ho portato, rialzati, dietro la nuca.
Non mi dai la soddisfazione di vederti umiliata, fino a quando non ti trascino verso la porta blu, quella che dà sulla vetrina. E’ adesso che capisci e cerchi di dibatterti. Ma sono più forte di te, almeno nel fisico, anche se non ho mai voluto, per mia scelta, dartelo a vedere.
Gridi e cerchi di mordermi, ti cascano gli occhiali. Allora raccolgo i tuoi piccoli slip e te li infilo in bocca. Lo sai che detesto le urla.
Nella vetrina, schermata all’esterno da una tenda di velluto pesante, l’aria è calda per i fari accesi. Ho allestito un piccolo cubo nel centro, quasi un palcoscenico, dove ti faccio salire da una scaletta. Dal soffitto pende un gancio. Piegato -ho calibrato il tutto per la tua altezza - ti alzo le mani sopra la testa e vi addentello le manette. I tuoi piedi toccano giusto il pavimento, proprio perché hai i tacchi alti. Poi scendo dal palco e, dopo aver puntato i fari sul tuo corpo, ti rimetto gli occhiali.
Infine apro la tenda come fosse un sipario.
Mi voglio godere anche io lo spettacolo in platea. Chiudo dietro di me la porta blu, spengo la lampada in negozio ed esco. È l’ora di punta, scarpe di ogni tipo calpestano i riflessi luminosi che i lampioni accesi disegnano nelle pozzanghere. Strizzi gli occhi per abituarti alla luce dei riflettori, e sei ancora più eccitante quando ti dibatti e stringi le cosce nel tentativo -vano- di nascondere la tua intimità. Mi mescolo agli spettatori che, sulla strada, si fermano incuriositi davanti alla vetrina, come fantasmi oblunghi nella sera umida. Avvolti nei loro cappotti scuri, sono ipnotizzati da questo spettacolo silenzioso.
Faccio dono della tua nudità, io, che per mestiere le donne sono abituato a vestirle. Ti do a tutti, senza che nessuno ti possa toccare, tu, che non hai voluto essere solo mia.

Alisa Mittler, ottobre 2004.

martedì 6 dicembre 2011

S. Ambrogio

La nebbia irrita gli occhi e confonde le voci. Stasera  Milano sembra sognare, po’ distratta. Come una volta.

- Ti ho riconosciuta subito
- Anche io
- Come va?
- Non male e tu?
Attraverso i vetri appannati, la Madonnina è incastonata nel cotone. Un gioiello lontano

- Sei un uomo importante ora
- Così dicono
- Così sembra
- Anche tu, non hai più i tuoi jeans. Sembri più alta con i tacchi.



E’ lento il traffico a Milano, soprattutto oggi, giorno di vigilia.

- Ti vedo spesso alla tele
-Sei sparita, all’improvviso. Inghiottita dalla nebbia
- Non sono sparita, lo sai bene.
- Ho fatto delle scelte, già da prima erano chiare
- Ho accettato di essere un giocattolo. Mea culpa
- Non lo sei stata
- Si invece, ma non discutiamo, oggi
I Platani infreddoliti sembrano nudi.

- Quanti anni…
- Poco più di una decina. Se fai il conto, non sono poi molti ma sembra un abisso
- Siamo stati noi gli ingenui
- Eravamo giovani
- Sono stata un’illusa a sperare che le cose cambiassero.
- La mia vita era un’altra.
E la nebbia idrofila avvolge le ferite come una garza .

- Non mi giudicare male. Non poteva andare che così
- Ne sei sicuro?
- E’ la vita
- La vita la scegliamo noi.
- La mia scelta la avevo già fatta prima. Sono stato chiaro.
- E’ facile dirlo ora, lavarsene le mani
- Eri d’accordo anche tu. Lo sapevi. Lo hai sempre saputo.
Milano se ne sta con la guancia appoggiata al palmo della mano. Sta zitta e guarda. Ha rughe sottili sotto gli occhi

- La vita, la tua famiglia. Il matrimonio, la politica. Non c’era posto per me.
- Non lo sai, ma ho pianto
- Ho pianto troppo anch’io.
Milano piange. Lacrime sottili, sporche. Ha più rimpianti che rimorsi.

- Avremmo potuto cambiare le cose, con un po’ di coraggio
- Che vuoi cambiare, la vita è così
- Avevi voglia di giustizia anche tu
- Ma svegliati !
- Ci hanno comprati. In saldo, anche.
- Mi assomigli più di quanto pensi.

- Forse è questa.
L’insegna del motel, azzurra è sempre la stessa, solo un po’ più pallida. Parcheggiano la macchina, una mercedes fa sempre la sua figura fra i modelli non catalizzati. L’umidità spegne le sigarette. A riaccenderle non avranno lo stesso sapore.

- pensi che sia possibile?
- se non ci facciamo male

Nel freddo, stasera, la gente cammina veloce con i pacchi della spesa. Domani è S. Ambrogio, si inaugura la nuova Scala. La Madonnina quasi non si vede.



Alisa  Mittler,  dicembre 2006

*Liberamente ispirato a "Luci a San Siro" di Roberto Vecchioni