*Racconto ispirato al quadro "Gabrielle d'Estrées e sua sorella"
Ecco io adesso non vorrei che il disagio, risvegliato in me dalla luce crepuscolare, con il languore che mi provoca giorno dopo giorno, renda tremante la mia mano e mi faccia rinunciare per sempre.
Non sia mai che questo tempo del sogno rallenti i miei passi, affascinandomi con nuovi incantesimi, fino a farmi smarrire quel filo sottile che trattiene la chiave della libertà. Solo ora mi accorgo che nel palazzo dove sono nata, giorno e notte hanno smesso, da tempo immemorabile, di misurare le ore, mentre ombre di invitati pallidi e leggeri, con passi silenziosi sui pavimenti intarsiati, tracciano l’ombra di una meridiana.
Anche i miei piedi nudi non fanno più rumore, quando attraverso le stanze che si rincorrono una dentro l’altra. Passo vicino a mia madre. Sta china sulla sedia mentre cuce un abito da sera. Ha acceso il fuoco nel camino, come sempre, in estate e in inverno. Mi affretto, svelta, finché i piedi ancora possono sentire il freddo marmo del pavimento. Ho perso gli abiti lungo il corridoio. Varco la porta e finalmente ti vedo, sorella mia, riflessa nel grande specchio di quella che era la nostra stanza. Alzo la mano e tu mi saluti come una marionetta.
Sedici anni. Hai la mia età; il tempo degli incantesimi, quando anche Rosaspina si punse con il fuso e visse un crepuscolo di cento anni. Sedici anni, come quelli che ho compiuto, non ricordo più quando, dodici mesi dopo di te. Dopo che, provando un abito cucito da nostra madre, uno spillo ti ha punta e hai avuto sedici anni per sempre. Dodici mesi dopo, ti vidi nel grande specchio barocco, che sta di fronte al nostro letto.
Ed anche io, da allora, ho sedici anni. mentre l'alba e il crepuscolo si succedono senza senso, la casa con saggezza sembra abbia approfittato dei tuoi momenti d’euforia per prepararsi ad imprigionare le mie risate e la mia voglia di ballare. Sulla parete, dietro le gelosie accostate, mi incantano le immagini di quando, nel cortile interno, al bordo della fontana, fuggendo lo sguardo occhiuto di nostra madre, passavamo ore a rimirarci sul fondo della vasca. Ti guardavo, non senza invidia, mentre spavalda, mostravi i seni diventare ogni giorno più sodi e mi lasciavi accarezzare i tuoi fianchi che intuivo carichi di promesse.
Ma da qualche tempo, per fortuna, la luce crepuscolare mi dà noia. I balli nel salone grande mi fanno girare la testa,caricatura delle corse che facevamo nel patio e che si concludevano sempre nello stesso punto. Allungo la mano allo specchio da dove mi sorridi. I tuoi occhi, le tue labbra e il tuo seno, sono identici ai miei, sorella amata. Solo il sorriso non è uguale: tu sorridi sempre, io non più.
Ti guardo un’ultima volta mentre mi tenti, porgendomi, l’anello fatato tra l’indice e il pollice. Ad occhi chiusi, con i palmi delle mani appoggiati alla superficie fredda, ti sfioro il collo con le labbra, poi, scostandomi appena, tanto che il mio alito appanna la tua immagine, percorro con i polpastrelli la linea delle tue spalle e il cerchio del tuo seno. Stringo il tuo capezzolo, troppo bello per la gioia di un uomo, troppo perfetto per nutrire la vita.
Ora è tempo. Adesso, prima che i crepuscoli mi fiacchino con il loro essere tutti uguali. Oggi, che nostra madre sta cucendo per me un abito funebre. So che vuole impedirmi di uscire dal nostro palazzo, come ha fatto con te, e come tu vuoi fare con me. Ora, ora o mai più. Sei morta, sorella mia. Stai pagando il pegno dopo che hai accettato di avere per sempre sedici anni. Con un pugno ti mando in tanti piccoli pezzi sul pavimento.
Un dolore acuto sale attraverso le vene per arrivare ad ogni nervo del mio corpo. Ora so di avere una mano, un braccio, e degli occhi che vedono gocce di sangue sporcare le mattonelle immacolate. Adesso ho orecchie per udire la mia voce che scuote le pareti. Io corro, ora, attraverso la teoria delle stanze. Le gambe, non più avvezze, sono stanche dopo pochi passi. Uno sguardo alla stanza del camino, e vedo la larva di nostra madre immobile, incartapecorita. Ecco, ora ho trovato la porta. Mi faccio schermo con la mano mentre esco nuda, i miei piedi sentono l’erba soffice del prato, e per la prima volta mi accorgo del calore del sole.
Alisa Mittler, maggio 2009


