sabato 10 dicembre 2011

il castigo


Correggio, Giunone castigata



Non conosci questo gioco, ma ti incuriosisce, tu sempre attratta dalla novità. È per questo che mi hai seguito qui all’atelier. La tua voce cristallina rimbalza sulle pareti vellutate, sui divanetti dalle fantasie a damasco. Non stiamo più insieme da un anno, ma, sospettosa, hai accettato lo stesso di incontrarmi.
Ho chiuso la porta a doppia mandata e, schermate le finestre, accendo soltanto la piccola lampada che vicino alla cassa.
Come è strano il negozio adesso: gli appendini e le sedie proiettano ombre lunghe sul pavimento. I camerini con le tende accostate, spalancano bocche buie. Tutto l’ambiente sembra più piccolo ora, che è vuoto delle chiacchiere del giorno. La porta blu, che dà sulla vetrina è chiusa.
Mi piaci stasera, nei tuoi abiti severi: tailleur gessato nero con pantalone a sigaretta. Porti gli occhiali oggi, mentre di solito, per nascondere la tua miopia, preferisci le lenti.
Levi la giacca, ti accomodi sulla sedia e mi guardi, tenendo il mento sul palmo della mano. Un bottone della camicetta bianca è aperto, sei senza reggiseno. Hai capito il gioco. Punti al rilancio.
Tra noi è finita da mesi. Quando ero padrone del tuo corpo, tutto filava liscio. Conducevo io. Poi, a tradimento, tu hai voluto cambiare le regole…
Mi guardi e non dici nulla. Prendo tempo. Ho in mente un piano preciso, penso che ne abbia uno anche tu.
Ti sfilo la camicia, tu mi lasci fare. Poi pantaloni collant e slip, così, in fretta, tanto che non ne noto nemmeno il colore, sento solo la consistenza della seta nelle mani. Ti infilo le scarpe che hai perso mentre ti spogliavo:décolletées nere, con tacco dodici a stiletto. Non sei molto alta in effetti. Ora stai davanti a me, nuda, sulla poltroncina in falso settecento écru dallo schienale dorato e stucchevole. Punti i tacchi sul bordo e allarghi le gambe. Senza imbarazzo.
Ma io so andare più a fondo. Hai soltanto una piccola striscia di peli neri sopra la passera, le labbra sono completamente lisce. Si notano, sul tuo inguine, i segni dell’abbronzatura che sta svanendo. Apprezzavo la cura che avevi per le tue parti intime, ma ora, che lo fai per qualcun altro, mi fa solo rabbia. Prendo un piccolo rasoio, anche questo dorato, dal design antico. E ti depilo completamente. Nei tuoi occhi noto disappunto, anche se non vuoi farmelo capire. Faccio in fretta, pochi colpi, come tu fossi un animale. Poi ti rialzo in piedi e mi piaci. Così, sottile e liscia sembri ancora più nuda. Sei esile, con capelli neri dai riflessi blu notte tagliati a caschetto. Sembri più giovane dei tuoi quarant’ anni, hai tratti adolescenziali, gli occhi allungati tanto che, se non fosse per il seno, imponente, morbido, sembreresti una ragazzina orientale.
Ho in tasca un paio di manette sottili, d’argento, con dei brillantini incastonati sui bracciali. Sono raffinate e tenaci. Le faccio tintinnare davanti al tuo volto e in un lampo scattano ai tuoi polsi che ho portato, rialzati, dietro la nuca.
Non mi dai la soddisfazione di vederti umiliata, fino a quando non ti trascino verso la porta blu, quella che dà sulla vetrina. E’ adesso che capisci e cerchi di dibatterti. Ma sono più forte di te, almeno nel fisico, anche se non ho mai voluto, per mia scelta, dartelo a vedere.
Gridi e cerchi di mordermi, ti cascano gli occhiali. Allora raccolgo i tuoi piccoli slip e te li infilo in bocca. Lo sai che detesto le urla.
Nella vetrina, schermata all’esterno da una tenda di velluto pesante, l’aria è calda per i fari accesi. Ho allestito un piccolo cubo nel centro, quasi un palcoscenico, dove ti faccio salire da una scaletta. Dal soffitto pende un gancio. Piegato -ho calibrato il tutto per la tua altezza - ti alzo le mani sopra la testa e vi addentello le manette. I tuoi piedi toccano giusto il pavimento, proprio perché hai i tacchi alti. Poi scendo dal palco e, dopo aver puntato i fari sul tuo corpo, ti rimetto gli occhiali.
Infine apro la tenda come fosse un sipario.
Mi voglio godere anche io lo spettacolo in platea. Chiudo dietro di me la porta blu, spengo la lampada in negozio ed esco. È l’ora di punta, scarpe di ogni tipo calpestano i riflessi luminosi che i lampioni accesi disegnano nelle pozzanghere. Strizzi gli occhi per abituarti alla luce dei riflettori, e sei ancora più eccitante quando ti dibatti e stringi le cosce nel tentativo -vano- di nascondere la tua intimità. Mi mescolo agli spettatori che, sulla strada, si fermano incuriositi davanti alla vetrina, come fantasmi oblunghi nella sera umida. Avvolti nei loro cappotti scuri, sono ipnotizzati da questo spettacolo silenzioso.
Faccio dono della tua nudità, io, che per mestiere le donne sono abituato a vestirle. Ti do a tutti, senza che nessuno ti possa toccare, tu, che non hai voluto essere solo mia.

Alisa Mittler, ottobre 2004.

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